martedì 29 gennaio 2013

La sua vita sulla "Quinta" (XVII° par.)



Gabriel non riusciva a credere alle sue orecchie, era confuso, il suo sguardo sembrava perso nei pensieri, ma in realtà non era così, la sua testa era completamente vuota, non aveva una risposta da dare perché era stato colto davvero alla sprovvista. Abbey pensò che il ragazzo l’avesse fraintesa e che magari avesse fatto una proposta troppo audace di fronte ad una persona che non la conosceva e che poteva intendere qualsiasi cosa. Come le poteva essere venuto in mente, si disse. Cercò di rompere quell’imbarazzo che aveva fatto calare un silenzio insopportabile. “Scusami Gabriel, scusami non so come ho potuto pensare di chiederti una cosa del genere. Mi dispiace averti messo in difficoltà, non dovevo osare tanto, non so come…” Abbey non riusciva a guardarlo negli occhi, gli girò le spalle e sembrò balbettare mentre pronunciava quelle frasi di scuse frettolosamente. Era abituata a mettere in difficoltà il proprio interlocutore, a sua memoria non si era mai trovata in una situazione simile. Pensò che, al contrario, aveva sempre cercato di rimanere fuori da ogni circostanza scomoda e in quei secondi maledì sua cugina Sarah e se stessa per averle dato ascolto poche ore prima. Avrebbe voluto mettere fuori di casa quel ragazzo e tutta quella malaugurata giornata, andare a dormire e dimenticare tutto. Gabriel inizialmente ascoltò la parole della donna che aveva davanti, anche se non sapeva se fosse ancora lei o un demone si fosse impossessato del suo corpo, ma non riuscì a capire molto. La voce gli arrivava quasi ovattata, come se fosse chiuso in una bolla di sapone e non riuscisse a vivere la realtà, aveva la mente annebbiata, poi però di scosse e capì la situazione. Cercò di rimediare e fermare quella lista di scuse che stava sciorinando Abbey. “Basta Abbey, BASTA ABBEY!” alzò il tono della voce fino quasi ad urlare perché lei al primo richiamo non lo sentì nemmeno di striscio. La donna si fermò di colpo e si girò verso di lui tornando a guardarlo negli occhi, lui respirò profondamente e le si avvicinò con aria tranquilla: “Non ti ho risposto subito solo perché, bè, mi hai letteralmente spiazzato. Stamattina stavamo per mandarci a quel paese sperando di non rivederci più e già ritrovarmi a cena a casa tua mi sembra un evento incredibile. Te ne esci con queste proposte che vuoi, ho pensato di essere io il delirante e invece sei tu!” e cominciò a ridere fragorosamente. Rise anche lei, ma solo un accenno timido. “Hai ragione questa situazione è assurda e io non dovevo uscirmene con questa richiesta, non ci conosciamo per niente e non vorrei che tu pensassi che io… insomma ho diciassette anni più di te, non posso stare qui a fare la ragazzina e non vorrei che tu capissi cose che non stanno ne in cielo ne in terra” lui si fece serio e la guardò con così tanta profondità che pareva stesse cercando di leggerle nel pensiero.

“Non sono uno sprovveduto, anche se ho ventuno anni non sono un ragazzino, credimi. E non preoccuparti per quello che ho pensato, volevi semplicemente invitarmi a passare qualche giorno fuori da qui, dal caos della città e magari conoscere un tipo di America diversa, è questo che volevi dire, l’ho capito benissimo come puoi vedere! Non ti salterei addosso, se è questa la paura che hai, nemmeno se me lo chiedessi e non perché non sei una bella donna e anche molto interessante, ma perché capisco perfettamente che abbiamo due vite del tutto differenti. Oggi è stata una giornata fuori dall’ordinario, posso intuire che Abbey è una donna che ha tutto ordinato dentro e fuori dalla sua testa, l’ho immaginato dal primo momento che ti ho vista su quel marciapiede con il tuo bel tailleur blu, eri semplicemente perfetta, come perfetta è questa casa, ma prendila con la leggerezza che merita. Già c’è gente che sta soffrendo in quell’ospedale e non credo che dobbiamo metterci qui a ragionare se una frase è più o meno compromettente” Abbey si sentì piccola piccola, una donna della sua età e della sua intelligenza prima messa in difficoltà e poi derisa per una peculiarità che aveva sempre avuto e che probabilmente avrebbe portato fino alla tomba. Gli occhi di quel giovane ragazzo spagnolo erano di un nero quasi sconvolgente, limpidi e profondi, poteva leggergli tranquillamente tutto quello che gli passava per la testa. La spontaneità delle sue parole, il coraggio che aveva avuto con quella donna incinta, la grinta nel portare avanti il suo pensiero e anche la rabbia quando si era rivolto a lei prima di andarsene dall’ospedale, era un ragazzo trasparente e le aveva dato anche una bella lezione di vita. A malincuore dovette riconoscerlo. Ma ancora non le aveva risposto e lei non sapeva se domandarglielo di nuovo, quindi farglielo notare, oppure lasciar perdere e far cadere così la cosa, magari avrebbe evitato una nuova figuraccia. Ma fu Gabriel a riprendere il discorso…

...continua

venerdì 25 gennaio 2013

Perché la vita è un brivido che vola via...

...a Margherita e a tutte le giovani vite che hanno lasciato questo mondo troppo presto!

IL GIORNO PIU' TRISTE



“..perché la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia, sopra la follia, sopra la follia..”
Lo stereo posizionato all’angolo della basilica urla una canzone, la folla che si è radunata nella piazza è ammutolita, quasi incredula, con le mani sul volto qualcuno cerca di nascondere lo sconforto. Quelle parole sono vere, taglienti come un coltello affilato. Quelle strofe diventano macigni, entrano sottopelle e invadono gli spazi. La bara bianca portata a spalla da sei ragazzi con il volto visibilmente provato dal pianto, esce dal grande portone della chiesa parrocchiale, lentamente, scortata da ali di persone che cercano di uscire, viene adagiata sul sagrato per consentire a tutti un ultimo saluto. La grande casa del Signore non è riuscita a contenere tutte le anime presenti. La folla accoglie il suo arrivo con un applauso, qualcuno grida un saluto, le lacrime sgorgano dagli occhi incessanti e i palloncini colorati vengono lasciati volare. Fluttuano per molti secondi, portando al cielo lo sguardo della gente, quasi ad accompagnare l’anima di una giovane donna che lascia le suoi sofferenze terrene per raggiungere il firmamento. Lo stereo si ammutolisce e comincia il tormento di un marito che ha perso sua moglie. Le sue urla strazianti mettono i brividi, raggelano il sangue e oscurano la ragione. Perché deve essere andata così? Dov’è Dio in un momento come questo? Come ha potuto permettere che succedesse? Non c’è una sola persona in quella piazza che non sia stata travolta dalla crudeltà di quel momento di profonda tristezza e dalla rabbia per una morte troppo prematura, quanto assurda. L’incapacità di assorbire un sentimento così forte fa parte dell’animo umano, la disperazione è prima conseguenza e giusto sfogo per un evento che la ragione non riesce a comprendere. Le lacrime si fanno più aspre, quando la cassa viene risollevata, quei ragazzi tornano a farsi portantini di un peso più emozionale che fisico. Scendono le scale del sagrato e si immergono nella folla, cominciano a camminare cercando di attraversare la piazza passando in mezzo alla gente che si stringe intorno al feretro per lasciare un ultimo bacio, per dare una carezza o per regalare ancora una volta un semplice “ciao”. La strada dell’ultimo viaggio è breve, poche centinaia di metri che attraversano il cuore della cittadina sotto un cielo grigio che si prepara a piangere pioggia. Dietro alla bara bianca una lunga scia di persone che a testa bassa seguono in silenzio, passi pesanti e poca voglia di parlare, la cadenza lenta e lamentosa di quel corteo diventa quasi insostenibile. Nessuno avrebbe mai voluto vivere quel momento, ma tutti si sentono in dovere di essere lì, come omaggio ad una breve vita spezzata troppo ferocemente, uno sguardo al feretro e uno all’asfalto, come se intorno non ci fosse più nulla. Intorno non c’è più nulla, solo la tristezza palpabile, gli sguardi vuoti e i lamenti di una madre senza più sua figlia, di sorelle senza più la loro piccola e un marito troppo giovane per tenere sulle spalle un simile tormento. Si schiude il grande cancello del cimitero, il viale alberato introduce al vero ingresso che apre la vista verso decine di piccole luci arancioni. I colori del tramonto cominciano a dipingere lo sfondo di una giornata che non ne vuole sapere di finire. Quando la bara raggiunge la chiesetta per la preghiera che chiude la celebrazione dei funerali, la luce del sole ormai è svanita quasi del tutto, ma nonostante il buio si stia per impossessare di tutto ciò che trova, nessuno riesce a lasciare quel posto freddo e grigio. La calamita che tiene attaccati i piedi ai sassi del camposanto è la condivisione della sofferenza, condivisione indiretta di bocche che non si parlano, ma di anime che si stringono in un grande abbraccio. L’abbraccio si scioglie quando ormai sulla cittadina è sceso il buio. Sembra che ogni persona possa tornare alla vita normale, a pensare a cosa mangerà la sera a cena, a cosa farà il giorno dopo, ai problemi al lavoro, alle solite noie quotidiane, a qualsiasi altra cosa, perché è facile dimenticare quando un lutto così grave non ti colpisce direttamente. Poi invece fuori da quelle mura fredde e aride, ognuno nelle proprie case, non sembra così semplice abbandonare certi sentimenti, quei pensieri e quella tristezza schiacciante. Non è così facile. Ci sarà un giorno in cui ognuno potrà rievocare quel viso con un sorriso, ci sarà un momento nel quale non sarà così pesante avere a che fare con il ricordo, ma non è questo il giorno, non è questo il momento.

giovedì 24 gennaio 2013

Ambizioni






Lorenzo (5 anni): "Io voglio fare quello che fa il bagno agli elefanti!"

lunedì 21 gennaio 2013

La sua vita sulla "Quinta" (XVI° par.)



Non era facile reggere il confronto con Abbey, rimaneva comunque la donna con lo sguardo più austero che avesse mai visto, ma almeno qualcosa di lei aveva capito, aveva potuto vedere che non era solo quello che appariva. La conversazione stavolta fu più stimolante, niente a che fare con quella che li aveva visti di fronte poche ore prima in ospedale. Parlarono a lungo dell’infanzia di Gabriel, non senza vergogna, era un bambino piuttosto terribile e ne aveva combinate di tutti i colori e non solo da piccolo. Gli raccontò della sua vita in Spagna, degli amici che aveva lasciato, delle ragazze di cui non sentiva la mancanza, delle poche possibilità lavorative e del fatto che la sua famiglia non era molto felice che si fosse trasferito dall’altra parte dell’oceano. Cosi tante ore di fuso orario che sua madre ancora non era riuscita a capire se chiamando la mattina poteva trovarlo sveglio. Ma a New York era notte fonda e, anche se è la città che non dorme mai, lui ogni tanto aveva bisogno di dormire. Parlarono soprattutto della sua permanenza lì, della fortuna di aver trovato subito un lavoro ben retribuito, delle aspettative che lo avevano mosso a fare quella scelta di vita e anche delle delusioni. Abbey guardò il volto di quel ragazzo così giovane, ma già con le idee chiare, in quella giornata le aveva più volte dimostrato che aveva un carattere determinato, a tratti anche un po’ troppo battagliero. Giovane, ma non immaturo, tutto quello che le aveva raccontato riguardo la sua decisione di cambiare paese le era sembrato estremamente ponderata. Si sentì in dovere di dirgli qualche parola di conforto, cercò di tranquillizzarlo e di incitarlo a continuare a cercare il lavoro che desiderava, la grande mela offriva sempre un’opportunità a chi sapeva avere carisma e tenacia come lui. Gabriel ascoltò con attenzione i suggerimenti che lei le stava dando con fare quasi amorevole, si rincuorò e dentro di se stava già pensando ad alcune cose che avrebbe dovuto fare l’indomani e del suo impegno per non deludere la sua famiglia, se stesso e anche Abbey. Parlarono continuando a sorseggiare del buon vino bianco, anche da quella bottiglia si capiva che stile di vita facesse quella donna. Ad un certo punto il ragazzo si accorse che stava parlando solo lui, una sorta di monologo sulla sua vita, ma Abbey ancora non aveva detto nulla. Non riusciva a lasciarsi andare completamente, a raccontare di se e di quello che le passava per la testa, rimaneva nel suo spazio, non metteva un piede fuori e soprattutto non voleva intromissioni. Aveva dei modi molto rigidi, una corazza impenetrabile e gli occhi sembravano non essere stati mai felici per qualcosa. Gabriel non riuscì a trattenersi e anche a costo di sembrare scortese cercò di insistere.

“Senti Abbey, posso farti una domanda?”

“Bè, se non mi chiedi chi ha ucciso John Fitzgerald Kennedy, puoi. Sei serio, che domanda devi farmi?” risero entrambi.

“Anche se sarebbe illuminante sapere finalmente chi ha ucciso il presidente, no, non era questa la domanda. Allora visto che posso, mi butto. Stavo pensando che è quasi mezzanotte e non mi hai ancora parlato di te…” Gli occhi della donna si fecero improvvisamente seri, lo guardò per qualche secondo penetrando il suo sguardo come se avesse voluto capire dove volesse arrivare, poi abbassò gli occhi. Si alzò di scatto e gli girò le spalle, guardando verso Central Park fece un paio di respiri profondi, quasi a prendere coraggio oppure per evitare di saltargli al collo. Prima che lei potesse dire qualsiasi cosa, magari insultarlo pesantemente, lui alzandosi dal divano cercò di tranquillizzarla.

“Scusami, non volevo essere sfacciato. Stavamo parlando solo di me e ho pensato che magari tu ne potessi avere piene le scatole, mi dispiace avert…”

“Non ti preoccupare!” lo fermò Abbey “Non devi scusarti, probabilmente dovrei farlo io” si girò, ma il suo sguardo non era cambiato, aveva completamente perso la serenità. Cosa le avrà fatto cambiare umore non poteva nemmeno immaginarlo Gabriel. “Voglio chiederti una cosa. Non so se sto facendo la cosa giusta perché tu praticamente sei uno sconosciuto e io forse già mi sono fidata troppo a farti venire a casa mia, ma la verità è che non mi sei sembrato un delinquente e ho agito d’istinto come non avevo mai fatto con un estraneo. Immagino che tu non ti sia mai spostato da New York, io dovrei andare da mia sorella che abita con suo marito e i tre figli nella contea di Lawrence in Alabama” fece un sospiro, lo guardò negli occhi, lui stava aspettando quasi incantato dalle sue labbra e lei continuò “Se non hai problemi a chiedere qualche giorno al tuo capo, magari potresti accompagnarmi!”

...continua

 (Se ti sei perso i capitoli precedenti di "La sua vita sulla Quinta" li puoi trovare qui!)