lunedì 26 novembre 2012

La sua vita sulla "Quinta" (XIV° par.)



“Che dovrei fare Sarah? Sentiamo un po’!”
“Magari potresti essere gentile e invitarlo a cena con noi, non ti farebbe male conoscere gente nuova e soprattutto un bel ragazzo, una volta tanto. Cos’è, hai fatto voto di castità?”
“Sarah, ma cosa dici?”
“Dico che neppure le nonnine di ottant’anni hanno più lo stesso pudore che hai tu. Tanto che ci siamo infierisco un po’… sei vecchia dentro, hai le ragnatele annidate in ogni angolo del cuore e della testa, non sai più nemmeno come si parla con un uomo. Abbey, per favore, hai trentotto anni, ne dimostri almeno il doppio!” Abbey non voleva credere alle sue orecchie e non voleva farlo soprattutto perché si rendeva conto che non aveva argomenti con cui smentire la cugina, Sarah aveva perfettamente ragione, ma dentro di se lei credeva che ogni essere umano aveva il diritto di avere il suo carattere ben distinto e la sua personalità e che lei era quella, la Abbey che tutti conoscevano, che poteva piacere o meno. Fece un lungo sospiro e quando Gabriel tornò a girarsi verso di lei cercò di distendere il viso e di sembrare più socievole. Ma fu sorprendente quello che le uscì di bocca, una frase che non sapeva di essere capace a pronunciare, se ne stupì lei, ma si meravigliò ancora di più lui che la guardò con gli occhi spalancati, per non parlare di Sarah che per poco non cadde a terra svenuta. Con tono formale e volto inespressivo gli disse: “Stavo pensando che se lei non è strettamente vincolato dai suoi amici, potrebbe venire a casa da me, le faccio un piatto di pasta e magari riusciamo a parlare da persone civili e a chiarire questa strana giornata!” Ci furono dieci secondi di silenzio imbarazzante. Sarah guardò sua cugina come fosse un’aliena e si disse che aveva fatto davvero un’ottima opera di convinzione. “No” disse ad un certo punto Gabriel, sguardo deciso al limite dell’arroganza “Non sono vincolato da nessuno! Accetto la sua proposta, ma ho una condizione da porle” Abbey non capiva cosa stesse per chiederle. “Vendo da lei se ci togliamo di dosso questa formalità che limiterebbe ogni discorso, almeno per quanto mi riguarda”
“Piacere, io mi chiamo Abbey” e allungò verso il ragazzo la mano “Questa è mia cugina Sarah!”
“Il piacere è il mio! Gabriel. Adesso possiamo andare”
“Perfetto, allora incamminiamoci subito, ho una certa fame!” disse Abbey.
“Il tempo di avvertire i miei amici” e Gabriel entrò nel locale.
Sarah stava ancora guardando Abbey con la bocca spalancata, incredula. “Per l’amor di dio Abbey, stai male?”
“Non fare la spiritosa. Volevi una reazione? Questa non è di tuo gradimento?”
“Assolutamente si, sei stata quasi straordinaria!”
“Quasi…”
“Bè, ancora un po’ freddina, ma ti avrei comunque fatto un applauso, anzi, una standing ovation!!!”
“Adesso smettila di prendermi in giro e fai una cosa saggia: volatilizzati!”
“Ahahahahah… immediatamente! Buona serata cuginetta, spero che tu abbia un bel completino intimo da sfoggiare, magari nero”
“VATTENE”
Il tragitto dal locale a casa della donna fu percorso quasi completamente in metropolitana. I due parlarono con ancora un velo di imbarazzo, lei cercò di sembrare più sciolta possibile e lui invece di non essere troppo invadente. Abbey gli spiegò da quale parte della città fosse il suo appartamento, Gabriel cominciò a raccontarle della scelta di emigrare negli Stati Uniti. Quando arrivarono davanti al suo palazzo, il ragazzo capì con chi aveva a che fare e cercò di immaginarsi che tipo di vita poteva fare una che abitava in un posto elegante come quello. Quando infine vide l’appartamento si diede pace e si disse che lui non avrebbe mai potuto nemmeno intuirlo. Ripensò alla prima volta che l’aveva vista, sul ciglio della strada con un elegante tailleur, la osservò in quel momento con i jeans e avrebbe voluto dirle che sembrava un’altra persona, molto più sexy e interessante. Se ne guardò bene ovviamente. Abbey fece sedere Gabriel su uno di quei sgabelli che qualche ora prima aveva scaraventato a terra e che poi frettolosamente aveva rimesso a posto. Lei in pochi minuti mise sui fornelli un tegame con l’acqua e una padella. La padrona di casa cominciò a preparare la cena come una vera a propria cuoca, un grembiule rosa antico e una padronanza che non si sarebbe aspettato da una signora del suo rango, si immaginava che una donna come lei avesse in casa i domestici. Non era così, capì ben presto che Abbey era più sola di quanto potesse pensare e che era da molto tempo che qualcuno non metteva piede in casa sua, soprattutto un esemplare di sesso maschile. E non capiva il perché, era una donna così bella, dai modi eleganti, si capiva che era una anche intelligente e colta, non riusciva a capire il perché di questa durezza e freddezza nei rapporti interpersonali. 

...continua 


 (Se ti sei perso i capitoli precedenti di "La sua vita sulla Quinta" li puoi trovare qui!)

Un piccolo seme ..II°



“Ci sono stati momenti molto difficili. Forse tanta gente al mio posto non avrebbe voluto continuare, ma io sono più testardo di un mulo. Ho visto cadere gli alberi per la necessità di aumentare le superfici di terreno coltivabile, ho visto il terreno bruciato dal sole indurire rapidamente fino a diventare improduttivo, i pozzi prosciugarsi e le famiglie abbandonare case e campi, le città gonfiarsi e diventare pericolose. Certi scenari, i conflitti, la fame, non te li puoi dimenticare. Ti si imprimono nella memoria e non li cancelli più. Molte volte anche noi ci siamo ritrovati a doverci arrangiare e mi sono reso conto di come può essere difficile. Una volta abbiamo dormito dentro un magazzino per i cereali, faceva così caldo e sudavamo talmente tanto che gli asciugamani che usavamo per dormire, erano sempre bagnati. Per sdrammatizzare il mio collaboratore inveiva contro chi si va a fare le saune a pagamento. Oppure contro chi per fasi la doccia riesce a sprecare litri e litri d’acqua, mentre lì potevamo lavarci si e no con mezzo litro. Chi non tocca con mano certe situazioni, non potrà mai rendersi conto della gravità!

Dalla storia di Venanzio Vallerani

lunedì 19 novembre 2012

La sua vita sulla "Quinta" (XIII° par.)



Gabriel trovò che quel pomeriggio era stato davvero molto importante. Il ragazzo che era arrivato nella grande mela qualche mese prima, era partito dal suo paese con un po’ di incoscienza e con una buona dose di sfrontatezza, ma in realtà tutti i suoi buoni propositi erano rimasti tali, perché concretamente non aveva ancora fatto nulla per poter legittimare quella partenza. Si era dato da fare, infatti il lavoro con il signor Baker trovato in pochi giorni, gli stava dando la possibilità di mantenersi da solo in una città che tanti ragazzi della sua età sognavano e togliersi qualche sfizio, ma voleva continuare a fare l’autista tutta la vita? Voleva continuare a vedere il mondo con gli occhi degli altri? Per quanto poteva cullarsi sulla scusa della giovane età? Era più che deciso, l’indomani avrebbe certamente cominciato a fare qualcosa per dare una sferzata positiva e legittimare gli sforzi fatti fino a quel momento e perché no, dare ai suoi genitori un motivo per essere orgogliosi di lui. Cominciò a sentire i morsi della fame e allora pensò che avrebbe raggiunto Isaac e altri amici in quel locale che gli avevano indicato. Sarah propose alla cugina un piccolo ristorante che conosceva lei, ci sarebbero arrivate a piedi in dieci minuti. Abbey accettò e le due donne si incamminarono. Nemmeno cento metri e successe qualcosa di inaspettato, lo sguardo di Abbey incrociò in mezzo ad un mucchio di gente appostata davanti al locale, quello di un persona conosciuta. Se inizialmente fu colta da un senso di sorpresa, subito dopo sentì un po’ di imbarazzo crescere sempre di più, fino ad arrivarle in volto per colorarlo di rosso, si sentì avvampare. Anche Gabriel si sentì in imbarazzo, ma il motivo era ben diverso. Passarono dieci lunghi secondi nei quali i due si guardarono, spostarono lo sguardo e ritornavano a guardarsi, finché uno dei due prese l’iniziativa e si incamminò verso l’altro. “Salve signora Devis, sembra passato tanto tempo e invece solo poche ore. Vedo che sta bene!”
“Si, sto bene grazie, è stata una giornata pesante, ma sta per finire”
“Volevo chiederle scusa! Oggi sono stato molto impulsivo e in più di un’occasione l’ho aggredita. Rimango della stessa opinione che avevo, ma non dovevo certamente reagire così con lei, avrei dovuto rispettare la sua scelta. Mi dispiace sinceramente”
“Be’, la ringrazio per queste parole, ma non doveva preoccuparsi, avevo capito perfettamente il suo stato emotivo!”
La verità? Gabriel avrebbe voluto urlarle contro ancora una volta. Era lì a chiederle scusa e lei continuava a mantenere quell’atteggiamento da superdonna che lo infastidiva tremendamente e che lo aveva mandato fuori di testa poche ore prima in ospedale. Le intenzioni di Gabriel erano veramente buone, si era pentito di aver trattato male quella donna, non era da lui, ma in quel momento capì che probabilmente il suo carattere era troppo incompatibile con quello della signora Davis. La chiacchierata venne interrotta da Isaac che si avvicinò per avvisare Gabriel che avevano trovato un tavolo libero e che lo aspettavano dentro. Nel momento in cui i due ragazzi parlottavano tra di loro, Sarah ne approfittò per prendere per un braccio la cugina e redarguirla rispetto al suo comportamento “Abbey, ma non ti sembra di essere stata un po’ scortese? Cerca di essere più malleabile, non sei in ogni momento direttrice di banca, rilassati!” 

Continua...

martedì 6 novembre 2012

La sua vita sulla "Quinta" (XII° par.)



Dopo aver passato più di un’ora sdraiata sul divano, pensò bene di mettersi in cucina a cercare l’ispirazione e prepararsi qualcosa per cena. Aprì il frigorifero e non ebbe una bella sorpresa, i ripiani erano semi vuoti, c’erano soprattutto verdure, carne bianca e un ananas. Menù dietetico. Sentì salire la rabbia dai piedi su fino alla gola in pochi secondi. Non capì subito il perché, ma istintivamente chiuse lo sportello del frigo sbattendolo con forza, si voltò e vide il cesto della frutta, lo gettò in terra, subito dopo si scagliò contro i quattro sgabelli e quando ebbe finito toccò anche alla lampada di fianco al divano. Quando arrivò il momento del vaso di fiori Abbey non si rese conto del pericolo e due scaglie di vetro gli si conficcarono nel piede destro. Urlò forte, prima di rabbia e poi di dolore, avrebbe voluto distruggere tutto l'appartamento se avesse potuto. Andò in bagno a disinfettarsi e si vestì. Tornò nel grande salone e quando si trovò davanti agli occhi la confusione che aveva creato, non poteva credere che era stata lei. Nel frattempo squillò il suo cellulare, era Sarah: “Ciao Abbey, scusa il disturbo, voglio solo sapere come stai”, “Abbastanza bene, dovrò uscire a fare la spesa, non ho nulla in frigo”, “Se vuoi ti accompagno, magari ci facciamo un giro e mangiamo fuori”, “Mmmmm… va bene dai, ci vediamo davanti al Pulitzer Fountain, lato nord, fra mezz’ora!” Abbey uscì di casa alle cinque del pomeriggio con un jeans, t-shirt bianca, un cardigan e un paio di sneakers verdi. Non si era truccata, né pettinata, non come al solito almeno. Sarah fece quasi fatica a riconoscerla, non si sarebbe mai aspettata che sua cugina fosse andata in giro per il centro di Manhattan così, senza nessun tailleur firmato. Gli scappò un sorriso al pensiero e si disse che forse aveva battuto forte la testa in quell’incidente e chissà che non l’avesse migliorata. “Sarah, non andiamo nei soliti posti, portami dove vuoi, non farò obiezioni!” e dopo questa frase ne ebbe anche la conferma. Aveva pensato di portare la cugina non nel solito triangolo dello shopping, ma in un posto che forse nemmeno lei, newyorkese doc, aveva visto mai. Mezz’ora e qualche fermata della metro e le due donne furono a destinazione. Sarah si premurò di spiegare la sua scelta alla cugina che non era esattamente quello che si dice una persona entusiasta, ma non brontolava e veramente non aveva nemmeno mai stralunato gli occhi in segno di disapprovazione: "Tuttora il Greenwich Village si contraddistingue per essere il fulcro di quei movimenti culturali, artistici e sociali che contribuiscono a modificare la cultura statunitense, come il movimento omosessuale. Le più antiche librerie gay del mondo hanno sede proprio in questa zona, nella quale si trova anche quella Christopher Strest che è stata al centro dei moti di Stonewall del ventotto giugno millenovecentosessantanove. Il Parco di Washington Square è il cuore pulsante del quartiere, sebbene ve ne siano altri minori. Quello noto come The Cage è importante per essere teatro di importanti tornei cittadini di Streetball e per i suoi numerosi campi di pallacanestro e pallamano. Il Village è anche la culla di una vivace scena artistica, tuttora in fermento, e luogo in cui si concentrano diversi teatri off-Broadway. Comici e jazzisti si alternano nei locali alla moda del quartiere. Ti porto un po’ in giro, vedrai che ti piacerà scoprire questa zona". Abbey fu trascinata in giro per tutto il quartiere, e scoprì che sua cugina aveva ragione, le piaceva. Un bel concerto di musica jazz in strada, una chiacchierata con una donna molto interessante che conosceva metà della gente che viveva in quel luogo, un’altra che voleva leggerle la mano e svelarle il futuro e  la mezz’ora passata in libreria per la presentazione del libro “Rifugio gay. Cronache e leggende della cultura omosessuale”, fu davvero illuminante. Ma le capitò una cosa che non le succedeva da molto tempo e scoprì di averne incredibilmente bisogno: rise tanto, quasi fino alle lacrime. Riuscirono a ripartire dal Greenwich Village solo verso l’ora di cena, decisero di andare a Times Square, fare un bagno di folla e trovarsi un locale poco impegnativo.

Continua...

sabato 3 novembre 2012

CruciLego

non sarà mica L'EGO l'unico nemico vero di questo universo?


non sarà certo questo piccolo pronome il centro di ogni discorso?