lunedì 21 gennaio 2013

La sua vita sulla "Quinta" (XVI° par.)



Non era facile reggere il confronto con Abbey, rimaneva comunque la donna con lo sguardo più austero che avesse mai visto, ma almeno qualcosa di lei aveva capito, aveva potuto vedere che non era solo quello che appariva. La conversazione stavolta fu più stimolante, niente a che fare con quella che li aveva visti di fronte poche ore prima in ospedale. Parlarono a lungo dell’infanzia di Gabriel, non senza vergogna, era un bambino piuttosto terribile e ne aveva combinate di tutti i colori e non solo da piccolo. Gli raccontò della sua vita in Spagna, degli amici che aveva lasciato, delle ragazze di cui non sentiva la mancanza, delle poche possibilità lavorative e del fatto che la sua famiglia non era molto felice che si fosse trasferito dall’altra parte dell’oceano. Cosi tante ore di fuso orario che sua madre ancora non era riuscita a capire se chiamando la mattina poteva trovarlo sveglio. Ma a New York era notte fonda e, anche se è la città che non dorme mai, lui ogni tanto aveva bisogno di dormire. Parlarono soprattutto della sua permanenza lì, della fortuna di aver trovato subito un lavoro ben retribuito, delle aspettative che lo avevano mosso a fare quella scelta di vita e anche delle delusioni. Abbey guardò il volto di quel ragazzo così giovane, ma già con le idee chiare, in quella giornata le aveva più volte dimostrato che aveva un carattere determinato, a tratti anche un po’ troppo battagliero. Giovane, ma non immaturo, tutto quello che le aveva raccontato riguardo la sua decisione di cambiare paese le era sembrato estremamente ponderata. Si sentì in dovere di dirgli qualche parola di conforto, cercò di tranquillizzarlo e di incitarlo a continuare a cercare il lavoro che desiderava, la grande mela offriva sempre un’opportunità a chi sapeva avere carisma e tenacia come lui. Gabriel ascoltò con attenzione i suggerimenti che lei le stava dando con fare quasi amorevole, si rincuorò e dentro di se stava già pensando ad alcune cose che avrebbe dovuto fare l’indomani e del suo impegno per non deludere la sua famiglia, se stesso e anche Abbey. Parlarono continuando a sorseggiare del buon vino bianco, anche da quella bottiglia si capiva che stile di vita facesse quella donna. Ad un certo punto il ragazzo si accorse che stava parlando solo lui, una sorta di monologo sulla sua vita, ma Abbey ancora non aveva detto nulla. Non riusciva a lasciarsi andare completamente, a raccontare di se e di quello che le passava per la testa, rimaneva nel suo spazio, non metteva un piede fuori e soprattutto non voleva intromissioni. Aveva dei modi molto rigidi, una corazza impenetrabile e gli occhi sembravano non essere stati mai felici per qualcosa. Gabriel non riuscì a trattenersi e anche a costo di sembrare scortese cercò di insistere.

“Senti Abbey, posso farti una domanda?”

“Bè, se non mi chiedi chi ha ucciso John Fitzgerald Kennedy, puoi. Sei serio, che domanda devi farmi?” risero entrambi.

“Anche se sarebbe illuminante sapere finalmente chi ha ucciso il presidente, no, non era questa la domanda. Allora visto che posso, mi butto. Stavo pensando che è quasi mezzanotte e non mi hai ancora parlato di te…” Gli occhi della donna si fecero improvvisamente seri, lo guardò per qualche secondo penetrando il suo sguardo come se avesse voluto capire dove volesse arrivare, poi abbassò gli occhi. Si alzò di scatto e gli girò le spalle, guardando verso Central Park fece un paio di respiri profondi, quasi a prendere coraggio oppure per evitare di saltargli al collo. Prima che lei potesse dire qualsiasi cosa, magari insultarlo pesantemente, lui alzandosi dal divano cercò di tranquillizzarla.

“Scusami, non volevo essere sfacciato. Stavamo parlando solo di me e ho pensato che magari tu ne potessi avere piene le scatole, mi dispiace avert…”

“Non ti preoccupare!” lo fermò Abbey “Non devi scusarti, probabilmente dovrei farlo io” si girò, ma il suo sguardo non era cambiato, aveva completamente perso la serenità. Cosa le avrà fatto cambiare umore non poteva nemmeno immaginarlo Gabriel. “Voglio chiederti una cosa. Non so se sto facendo la cosa giusta perché tu praticamente sei uno sconosciuto e io forse già mi sono fidata troppo a farti venire a casa mia, ma la verità è che non mi sei sembrato un delinquente e ho agito d’istinto come non avevo mai fatto con un estraneo. Immagino che tu non ti sia mai spostato da New York, io dovrei andare da mia sorella che abita con suo marito e i tre figli nella contea di Lawrence in Alabama” fece un sospiro, lo guardò negli occhi, lui stava aspettando quasi incantato dalle sue labbra e lei continuò “Se non hai problemi a chiedere qualche giorno al tuo capo, magari potresti accompagnarmi!”

...continua

 (Se ti sei perso i capitoli precedenti di "La sua vita sulla Quinta" li puoi trovare qui!)
 

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