mercoledì 31 ottobre 2012

La sua vita sulla "Quinta" (XI° par.)



Gabriel non se ne andò dall’ospedale, per prima cosa si mise a cercare notizie di Bruce. L’infermiera gli disse che le condizioni erano buone, avrebbero aspettato l’indomani per risvegliarlo, era ancora a rischio paralisi degli arti inferiori, ma almeno non rischiava la vita. Salutò la moglie e le figlie dell’uomo come se le conoscesse da sempre, le abbracciò e se ne andò. Si diresse a cercare Tom, voleva sapere di Denise e della bambina. Non fu difficile rintracciarlo, al pronto soccorso non si parlava d’altro, una donna ed una bambina appese ad un filo fin troppo sottile da sembrare quasi trasparente. Tom era seduto con le mani sul viso, sembrava ancora non aver avuto notizie. Si mise a sedere vicino a lui, senza dire una parola e aspettò. Non voleva crederci, ma sentì il bisogno di pregare e lo fece. Guardando fisso il muro bianco, senza dire una parola, pregò. Passò un tempo indefinito, non sapeva quanto, ma sembravano ore. Invece era passata poco più di un’ora. Uscì il chirurgo dalla sala operatoria e puntò dritto verso Tom, guardandolo negli occhi gli disse che la bambina non ce l’aveva fatta, il trauma era stato decisamente troppo forte e non erano riusciti ad arrestare l’emorragia. Denise sarebbe stata trasferita nella terapia intensiva e tenuta in coma farmacologico, le sue condizioni erano critiche, ma se avesse reagito bene al trattamento ci sarebbero state ottime possibilità di salvarla. Tom pianse tutte le lacrime che aveva, Gabriel gli si fece vicino e lo strinse forte, come se fosse un parente, una persona cara, un fratello. Nessuna parola, solo singhiozzi e lacrime. Dopo qualche minuto il marito della donna venne invitato ad andare a vedere il piccolo corpicino della bambina, avrebbe dovuto sbrigare delle formalità burocratiche prima di poter andare a trovare anche la moglie. Gabriel si congedò promettendo che l’indomani sarebbe tornato per sapere novità su Denise, ma lasciò il suo numero di telefono a Tom per qualsiasi evenienza. Lo guardò camminare con passo indeciso e stanco, realizzò che quello non era un incubo e che la realtà a volte poteva essere così pesante e inconcepibile da far sembrare tutto assurdo. Quando uscì dall’ospedale di sole gli puntò dritto negli occhi. Si prospettava un pomeriggio caldo. Fu sopraffatto da una sensazione di solitudine che non aveva mai provato da quando era arrivato a New York. Provò una grande tristezza per quelle storie così diverse, ma terribilmente simili e accomunate da un incidente che si rendeva conto solo ora, stava cambiando molte vite. Tornò a casa, una doccia fredda, un caffè nero amaro. Non aveva sonno, si sentiva sfinito e stremato, ma il solo pensiero di mettere la testa sul cuscino, lo innervosiva. Qualsiasi cosa lo agitava, non riusciva a stare fermo, si muoveva nervosamente su e giù per l’appartamento, finché non decise di uscire di nuovo a farsi un giro per la città. Non prese la macchina, preferì andare in metropolitana fino alla stazione all’angolo fra la novantaseiesima e la Central Park west. Poi cominciò a camminare, senza meta, solo con la voglia di scaricare la tensione di una giornata che sembrava non avesse intensione di finire. Si sentiva strano, non era facile mettere in fila tutte le emozioni che aveva provato in poche ore, improvvise e impensabili. Quei grattacieli, il traffico, la gente, il caos a cui ormai si era abituato, tutta quella vita che si consumava davanti ai suoi occhi, niente gli sembrava più come prima. Si stupì al pensiero che l’esistenza potesse essere così imprevedibile, destino o casualità a qual punto non avevano importanza. Ne aveva avuta una chiara e forse troppo atroce dimostrazione e anche se lui in prima persona non ne era nemmeno stato sfiorato, si sentiva comunque parte di quello strazio. Dentro la sua testa cominciò a frullargli l’idea che non sai mai quello che ti capiterà tra un giorno, un’ora, nemmeno tra un minuto e il tempo che si ha deve essere speso al meglio. Anche semplicemente perdendo tempo, ma gustandoselo. Fece un paio di sospiri profondi, chiuse gli occhi e si sgranchì le braccia. Aveva bisogno di liberare la mente e di non pensare più. 


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martedì 30 ottobre 2012

Nel cuore e nelle gambe



Ultimo chilometro. Lei è dietro la mia bicicletta, mi sta a ruota, manca poco. Dopo quasi quattro ore di pedalate, la gara sta per finire e lo sprint finale non è ancora perso. Un chilometro e tutte le fatiche di un’intera stagione saranno finalmente finite, ma non posso arrendermi, no? Non posso mica non provarci. Sono qui e sono convinta che uno spiraglio dovrà pur esserci, dovranno pur avere un momento di debolezza e io dovrò riuscire a sfruttarlo bene. Si tratta di sapere chi soffre di più, la differenza la fa il cuore, ci ripete spesso il nostro allenatore. Ormai non sento più il sudore e quelle goccioline fastidiose che scendono sugli occhi. I muscoli delle gambe sono talmente abituati all’andamento che non avranno problemi a fare un ultimo sforzo. La mia bicicletta è preparata a fare il suo dovere e quando ci sentiremo pronte attaccheremo. In questi momenti tutti quelli che sono dietro non contano più, chi è davanti è solo un ostacolo fra te e il traguardo. E quelle voci che arrivano nelle orecchie come un ronzio sembrano voler dire qualcosa, ma non riesco a capire, so solo che mi fa molto piacere sentirle. Da queste parti il calore e l’affetto del pubblico si sente bene, anche quello di chi non mi tifa e non mi incita. Il rumore della gente è sempre un suono meraviglioso, sono lì per noi e per vedere chi la spunta.


Dalla storia di Monia Baccaille 

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sabato 27 ottobre 2012

 ...e dalla finestra del tredicesimo piano della casa popolare dove si è trasferita tua madre si vede tutto Marsciano, dal castello al grattacielo, e l'insegna luminosa dell'Ipercoop, delle luci enormi, che ci sposavamo alla finestra come fossimo a 
Las Vegas


mercoledì 24 ottobre 2012

La sua vita sulla "Quinta! (X° par.)



Abbey rimase qualche secondo fissa sulle scale, il ragazzo se ne era andato. Decise che doveva dimenticare quella conversazione, quella persona e soprattutto quella giornata. Si avviò per la seconda volta all’uscita a passo lento stavolta, aveva una brutta sensazione addosso, tristezza mista a rabbia, si stava auto convincendo che doveva togliersi dalla testa quelle parole. Ad ogni passo si sentiva però sempre più pesante e senza forze. Mentre stava percorrendo il corridoio verso la porta, l’infermiera che le aveva praticato la trasfusione la chiamò. Fermandosi disse a bassa voce e con un accenno di seccatura “Che c’è di nuovo?” ma la donna non sentì. “Signora Davis, aspetti! Volevo avvisarla che grazie al suo contributo siamo riusciti a salvare la vita al signor Flinch, adesso verrà spostato in terapia intensiva, ma il dottore ha detto che ci sono ottime probabilità che già domani si svegli. Vuole fargli visita?”, Abbey rimase un paio di secondi a fissare l’infermiera, poi: “No, la ringrazio, ma non conosco quell’uomo e non ci tengo a farlo! Arrivederci”. E proseguì guadagnando finalmente l’uscita. Sua cugina era lì ad aspettarla. Salì in auto e si fece riaccompagnare a casa. Durante il tragitto le due donne non aprirono bocca, a Sarah era bastato guardare il volto di Abbey per capire che non avrebbe dovuto fare domande, non era davvero il caso di irritarla oltremisura. Ma prima di arrivare all’appartamento tra la quinta e la sessantatreesima strada fu Abbey a rompere il silenzio: “Cosa pensi di me Sarah?”, la donna al volante non poteva credere alle sue orecchie, ma Abbey rincarò la dose: “Voglio dire, pensi che io sia una persona poco interessante? Fredda? Odiosa?”. In mezzo al traffico di New York, per la prima volta nella sua vita, quella donna tanto sicura di se, dirigente di una delle più importanti banche d’America, laureata ad Harvard e appartenente ad una delle famiglie più importanti della città, era in difficoltà ed era evidente. Sarah capì subito che non stava scherzando e che voleva da lei una risposta chiara e soprattutto voleva la verità. Non avrebbe mai voluto infierire in quel momento, ma probabilmente era anche l’unica occasione per far capire a sua cugina cosa pensava di lei. Altre volte le era capitato di esprimere pensieri velati da battute spiritose e in situazioni tranquille, quella invece era una circostanza anomala e difficile anche per lei. In silenzio Abbey stava aspettando una risposta esauriente alla sua domanda. “Senti Abbey, io ti ho sempre detto che sei una donna piena di grandi qualità, sei bella, intelligente e hai un posto di prestigio. La gente ti stima e qualcuno magari ti invidia, ma devi ammettere che molti ti temono, non è facile a volte mettersi sul tuo stesso piano. La considerazione più interessante però è che sei anche giovane e non capisco perché ti ostini a vivere come se fossi una suora di clausura. Anche questo te lo dico spesso scherzando, ma lo penso davvero. No, non credo che tu sia fredda, ne tanto meno odiosa, però sono altrettanto certa che saresti una donna molto intrigante se ti facessi conoscere. Se ti aprissi un po’ al mondo, se lasciassi trapelare qualcosa di te, se cominciassi ad uscire di casa e a conoscere gente, divertirti, che ne so, magari anche a vestirti un po’ meno seriamente. Con questi tailleur belli ed eleganti stai certamente bene, ma dimostri dieci anni più di quelli che hai. Abbey, non ti sto criticando, credimi! Il modo in cui ognuno di noi sceglie di vivere è rispettabile e non giudicabile, però se mi fai questa domanda, mi viene il dubbio che forse non sei pienamente convinta della scelta che hai fatto e allora voglio aggiungere che sei ancora in tempo per fare qualsiasi cosa nella tua vita, qualsiasi. Con questo chiudo e non farò domande. Prenditi questo pomeriggio di riposo obbligatorio per pensarci. Ti chiamo più tardi, ok?”. “Va bene Sarah, grazie del passaggio!”. Abbey scese dall’auto e si infilò velocemente nell’atrio del palazzo, appena arrivò in casa si fece una lunga doccia e si mise con l’accappatoio sul divano, distesa ad osservare il panorama assolato. Molti pensieri le riempivano la testa in quel momento, avrebbe voluto allontanarli, ma sapeva benissimo che sarebbero tornati. Non sapeva come, ma quell’incidente e quel ragazzo le avevano innescato un meccanismo pericoloso dal quale non sarebbe uscita se non ragionando concretamente sul perché. 

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lunedì 22 ottobre 2012

la crisi ai tempi del LEGO

Non so che cosa accadde, perché prese la decisione,
forse una rabbia antica, generazioni senza nome 
che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore 
dimenticò pietà, scordò la sua bontà, 
la bomba sua la macchina a vapore


venerdì 12 ottobre 2012

La sua vita sulla "Quinta" (IX° par.)



Gabriel passò il resto del tempo con le braccia conserte seduto nella hall dell’ospedale, in attesa. Abbey percorse tutto il corridoio, con una mano sul braccio a tamponare la vena appena aperta. Il ragazzo si raddrizzò e con uno sguardo severo la osservava camminare verso l’uscita. La donna aveva perfettamente capito che cosa significava quell’occhiata, ma non era in vena di discussioni e sua cugina Sarah probabilmente la stava già aspettando fuori. Gabriel invece aveva una tale rabbia dentro che non poteva non dirle niente e quando le fu davanti si sfogò: “Oltre ad una donna in fin di vita, con una bambina in grembo, c’è anche un altro uomo che rischia di morire e se anche dovesse andargli bene, bè rimarrà tutta la vita su una sedia a rotelle. Bruce è un uomo di trentasei anni con una famiglia sulle spalle, una moglie e tre figlie che ora sono davanti alla porta della sala operatoria pregando che Dio sia clemente. E tutto per colpa di una persona che era al volante completamente ubriaco. Non meritava altro che essere lasciato al suo destino. Se non mi sbaglio per colpa del signor Flinch anche lei è stata travolta da un cassonetto e le è andata bene”. Il tono era molto duro, Abbey si era fermata con lo sguardo fisso davanti a se, alla porta di uscita, non lo guardava, ma ascoltava quelle parole quasi impassibile e continuando a mantenere la calma rispose: “Ho fatto solo quello che era giusto fare”, la risposta di Gabriel fu quasi furiosa: “Quello che era giusto? Ma giusto cosa? È stato giusto non rispettare le regole della strada? Guidare ubriaco? È stato giusto aver provocato questo incidente? Mettere in pericolo di vita tre persone? Ma cosa mi viene a parlare di giustizia, se ci fosse stata una giustizia quell’uomo sarebbe morto a quest’ora!”. La donna cercò di respirare profondamente e di non farsi prendere dal nervosismo, si girò lentamente a guardare il ragazzo e freddamente lo ammonì: “Lei non ha fatto altro che dare giudizi, ma cosa ne sa della vita degli altri? Come si permette di sputare sentenze? Chi è lei, Dio? Si arroga il diritto di decidere della sorte delle persone, lei è di una presunzione assurda”. Ma il ragazzo non si lasciò intimorire, anzi replicò alla donna quasi sbeffeggiandola: “Ah io sarei presuntuoso? Ma si è vista allo specchio? Porta addosso un vestito che di certo vale più di tutto il mio armadio! Una donna di classe, piena di soldi. Lei e la sua vita sulla quinta. Che ne sa cosa c’è sulla strada”. “Lei è arrogante e insolente, sta continuando a dare giudizi su persone che non conosce e questo è quantomeno sconveniente. Non ho intenzione di darle spiegazioni e soprattutto di continuare questa conversazione”. I due si guardarono intensamente negli occhi per molti secondi senza dire nulla. Arrivò un agente della polizia di New York a rompere il silenzio. “La signora Abbey Davis e il signor Gabriel Ruiz? Dovete seguirmi per una deposizione riguardo l’incidente. Se non avete nulla in contrario ci spostiamo nell’ufficio dell’ispettore al primo piano. Seguitemi prego”. I due non dissero una parola, Abbey annuì ed entrambi si misero dietro il poliziotto. Il colloquio durò poco più di venti minuti, per tutto il tempo Abbey e Gabriel non si guardarono nemmeno. Nello sguardo di Gabriel c’era ancora tutta la rabbia per l’ingiustizia che aveva visto compiersi davanti ai suoi occhi. Abbey invece sembrava fredda a distaccata, anche mentre parlava della dinamica dell’evento, era come se non ne fosse coinvolta e questo faceva sentire il ragazzo ancora più frustrato. Alla fine dell’interrogatorio i due uscirono dall’ufficio insieme. Gabriel non riuscì a resistere e si rivolse alla donna con tutta la tranquillità che riuscì a trovare: “Si è vero, lei ha ragione. Sono un impulsivo, uno che ragiona prima con la pancia e poi con il cervello. Ed è anche vero che ho espresso giudizi molto forti e drastici, non condivisibili. Ma sa che le dico? Nelle mie vene scorre il sangue, sono una persona che guarda il cielo e vede l’azzurro, che si alza la mattina con la voglia di vivere, di conoscere… di sentire. La sua freddezza è disarmante, il suo distacco e la sua estrema lucidità mi fanno paura. Lei mi fa tristezza”. Si girò in una frazione di secondo e prese le scale lasciando Abbey immobile, con il viso tirato e gli occhi spalancati. Nessuno prima di allora le aveva mai parlato in quel modo. Nessuno le aveva mai detto quelle parole così taglienti e dure. 


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Scatti di me



Mi infilo in una stanza attigua al set, c’è un bel sole invernale. Dalla finestra entra una luce bianca che mette voglia di vivere. Mi ‘spiatto’ col viso sul finestrone. Adoro il sole, ne sono dipendente, come una pianta per attuare la fotosintesi, ne ho bisogno per essere allegro o, più semplicemente, sono uno dei tanti meteoropatici. Mi siedo su un divano sotto la finestra e prendo l’agenda del lavoro. Non sono uno che sa aspettare con le mani in mano, devo sempre riempirmi il tempo e lo spazio con qualcosa, altrimenti mi prende l’ansia. Ma, almeno nei giorni di set, ho i miei stratagemmi per tenerla sotto controllo: mi accordo minuziosamente su tutti i particolari con la troupe e il giorno degli scatti arrivo un’ora dopo la convocazione, non per dormire di più, né per fare il divo, ma per non rimanere in attesa due ore per la preparazione della modella ed il montaggio dei materiali e delle luci. Apro l’agenda. La mia rubrica, sotto Natale, è così piena d’impegni di lavoro che ho dovuto pure attaccarci una ventina di post-it perché non c’era più spazio per segnarci le cose. Consegnare postproduzione, fatto, check parquet casa nuova, fatto, sentire agente per contratto di esclusiva, fatto, casting redazionale 13 dicembre, fatto. Fumare un'altra sigaretta, fatto! Arrivo ad un nuovo post-it: ‘scrivere qualcosa su di te per l’intervista di Marsciano’.


Dalla storia di Emilio Tini 


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