sabato 29 settembre 2012

La sua vita sulla "Quinta" (VII° par.)


In quell’ambulanza che stava cercando di superare il traffico cittadino dell’ora di pranzo per raggiungere il New York Downtown Hospital, l’atmosfera si fece più distesa. Abbey sentì la mano di quel giovane ragazzo poggiarsi sulla sua spalla e apprezzò il gesto. Anche se di solito odiava l’invadenza della gente, in quel momento capì che la sue parole erano sincere e che stava cercando di rassicurarla. Era una donna molto forte, soprattutto sapeva controllare le sue emozioni, perché fra le altre cose, detestava l’autocommiserazione e non sopportava le persone sempre in cerca della compassione altrui. Lei non voleva la misericordia di nessuno, sapeva cavarsela benissimo da sola. Si rese conto che stavolta la sua espressione poteva tradire la paura che aveva provato pochi minuti prima in mezzo alla strada quando era stata sbattuta contro la macchina da un cassonetto. Certamente il suo viso, solitamente impeccabile e inespressivo, aveva lasciato trapelare il forte choc. Cercò di riprendersi in pochi istanti. Tirò un sospiro, cercò di abbozzare un sorriso e di distendere il volto. Poi rispose con il massimo della pacatezza che in quel momento poteva manifestare: “La ringrazio. Non si preoccupi, sto bene. Spero che stia bene anche la signora incinta, ho tentato anche io di avvertirla!” Gabriel fu sorpreso dalla reazione della donna, in pochi secondi aveva cambiato espressione, adesso sembrava più serena e tranquilla. Si scostò da lei e tornò al suo posto, adesso poteva guardarla da davanti, erano faccia a faccia. “L’ho lasciata con i sanitari, credo che abbia creso una gran botta e soprattutto un grande spavento, è svenuta ad un certo punto. Mi auguro che non sia niente di grave, anche se ho sentito che un infermiere sembrava seriamente preoccupato e la sua ambulanza è partita a sirene spiegate. Ancora non ci posso credere, un incidente spaventoso e poteva andare anche peggio, certa gente meriterebbe la pena di morte” Abbey guardò il giovane con un’aria perplessa, il suo giudizio era stato un po’ troppo pesante per come la pensava lei. “Be’ , per quello che ho potuto vedere, non è andata bene neanche a lui, era incosciente e il dottore gli stava praticando la rianimazione cardiopolmonare. Non possiamo sapere perché abbia azzardato quel sorpasso, magari ha avuto un problema, non sarei così duro se fossi in lei. Mi auguro solo che non ci siano conseguenze gravi per nessuno!” Gabriel accettò la critica e cercò di non darle peso. “Me lo auguro anche io! Comunque, io mi chiamo Gabriel, piacere”. Allungò la mano verso quella donna che da subito aveva notato essere molto attraente, le aprì un sorriso a tutto viso. “Abbey, piacere. Lei non è americano vero?” “Sono a New York da poco più di due mesi. Ho un accento tanto terribile?” E con quella battuta si accattivò la simpatia di Abbey che gli regalò un sorriso abbagliante. Il tempo delle presentazioni però era già finito perché qualche secondo dopo l’ambulanza si fermò e l’infermiere aprì i portelloni. Gabriel scese da solo e venne indirizzato nella sala d’attesa dell’ospedale. Abbey invece venne portata in barella. La stanza dove furono lasciati in attesa di essere visitati, era attigua alla sala di pronto intervento adibito ai codici rossi, ossia i pazienti con patologie gravi, in stato di emergenza. In quella stessa stanza c’erano anche altre persone che stavano aspettando di essere controllate. Dal movimento di medici e infermieri che c’era nel corridoio in entrata e uscita dalla stanza dei codici rossi, dal via vai di inservienti, qualcosa non andava per il verso giusto. Gabriel si alzò dalla sedia, cominciò a muoversi nervosamente, uscì nel corridoio per cercare di capirci qualcosa e di avere notizie della donna in stato di gravidanza. Allo stesso tempo non voleva disturbare i sanitari che stavano lavorando e sembravano piuttosto serie e nervosi. Sentì da una delle inservienti che comunicava con il qualcuno al telefono, che il cellulare della donna era andato distrutto nell’incidente, ma per fortuna erano riusciti comunque a trovare il numero del marito, si lasciò sfuggire che dovevano contattarlo immediatamente perché la situazione era critica. Quando tornò dentro incrociò lo sguardo di Abbey, Gabriel era scuro in volto, anche lei sembrava in attesa di sapere cosa stava accadendo, senza che lei glielo chiedesse, le parlò: “Non sono riuscito a capire cosa sta succedendo di là, ma credo che non sia nulla di buono, c’è troppa frenesia! Stanno cercando il marito e sembrano preoccupati” “Mio Dio, speriamo che vada tutto bene!”. Passarono molti minuti, sembravano interminabili, il silenzio nella sala d’attesa era così pesante, la confusione in corridoio talmente incalzante che Gabriel non riusciva a stare fermo, soprattutto non riusciva a calmare il nervosismo. Cercava di sbirciare fuori, nel corridoio della stanza dei codici rossi. Si accorse che un uomo stava arrivando quasi correndo, era visibilmente sconvolto, capì che quello era il marito della signora. Fermò un’infermiera cercando di spiegarle chi cercava, la signora lo portò direttamente dal dottore che era davanti alla porta della sala d’attesa a colloquio con un collega. In pochi secondi Gabriel sentì frasi che non avrebbe mai voluto. La signora incinta, che scoprì chiamarsi Denise, stava per entrare in sala parto. La caduta le aveva procurato dei danni gravi, la donna aveva un’emorragia interna, la gravidanza era compromessa e il marito adesso si trovava di fronte ad una scelta terrificante. Se l’operazione non fosse andata come speravano i medici, una delle due vite poteva davvero essere in pericolo o forse entrambe. Chi avrebbero dovuto salvare in quel caso? La mamma o la bambina che portava in grembo? L’uomo non voleva crederci, scuoteva la testa e con gli occhi spalancati non sapeva cosa dire. Alla domanda del dottore però non ebbe esitazione: “Salvi Denise, salvi mia moglie la prego!” il dottore si allontanò e quell’uomo si mise le mani nei capelli e non riuscì a frenare la disperazione. 


Continua... 

  

(Se ti sei perso i capitoli precedenti di "La sua vita sulla Quinta" li puoi trovare qui!)

giovedì 27 settembre 2012

Sulle rive del mare


Era dietro le sbarre e non sapeva se ridere o piangere. La situazione aveva un che di comico ma allo stesso tempo era anche un po’ preoccupante. A pensare come c’era finito là dentro, era tutta colpa di quel ragazzino! Quel furfante aveva cercato di vendergli del pesce ad un prezzo esorbitante e al suo rifiuto aveva deciso di vendicarsi. Il ragazzino aveva notato tutte quelle conchiglie proprio sotto l’ombrellone di Enzo ed aveva capito che era un appassionato, un collezionista, allora aveva deciso di chiamare la polizia locale. Da quell’estate, infatti, era entrata in vigore una nuova legge che imponeva il divieto assoluto di raccogliere conchiglie. Enzo aveva sentito distrattamente la notizia o, forse, aveva fatto finta di essere distratto. Fatto sta che ora era finito in quella prigione. Le sbarre, fortunatamente, si aprirono dopo due ore e lui poté tornare alla sua vacanza e alla sua casa, ma senza conchiglie. Da quel momento abbandonò la raccolta di alcune specie ma di certo non la sua passione continuando a collezionare conchiglie ed oggetti realizzati con quel materiale provenienti da ogni angolo del pianeta.


Dalla storia di Enzo Betti 


(Per informazioni sul libro "Cosa abbiamo in Comune" contattateci tramite la pagina facebook che trovate alla sezione Pubblicazione oppure cliccando qui, o all'indirizzo E-mail: sabrina.bazzanti@gmail.com)

Aspirazioni






Alessandro (4 anni): "Quando so grande guido il trattore del mi nonno e sto tutto il giorno dentro al campo!"

Incomprensioni





Saverio (5 anni): "Ha detto la maestra che devo stare di qua"
Io: " Come mai, che hai fatto?"
Saverio: "Niente, ma la maestra ha detto che oggi è nera!"

domenica 23 settembre 2012

La sua vita sulla "Quinta" (VI° par.)


Abbey era in strada e stava per attraversare le strisce pedonali quando vide arrivare alla sua destra un veicolo. Si rese subito conto che non si sarebbe fermato e che stava per passare nonostante il rosso. Guardò avanti a se e si accorse che quella donna che le camminava in contro a metà carreggiata, era intenta a conversare al telefono, non era cosciente del rischio. Le fece un gesto con la mano e le urlò di fermarsi. Quell’uomo sull’auto rossa vide la Bentley ferma, ma non ci pensò due volte e si mise sulla corsia di destra, con l’intento di superarla. Non aveva nemmeno lontanamente considerato il semaforo ne tantomeno il pericolo che stava creando. A pochi metri dall’autovettura nera si accorse che lo sportello si aprì e che due donne erano in mezzo alla strada. Tentò una frenata di emergenza, ma la sua macchina non rispose al comando come lui aveva pensato. Il rumore dei freni e quello delle ruote che tentavano di aggrapparsi all’asfalto, fu come un allarme per tutti coloro che in quel momento stavano transitando nello Zuccotti Park. La macchina rossa si mise di traverso e proseguì per oltre cinquanta metri. La donna al telefono si accorse solo all’ultimo di essere nella traiettoria dei quella vettura impazzita e l’unica cosa che poteva fare era cercare di girarsi  e gettarsi in terra. Così fece, cercando di proteggere la pancia e suo figlio. L’auto andò a schiantarsi contro un altro veicolo che sopraggiungeva dalla direzione opposta, ma la sua corsa finì contro un palo della luce e un bidone della nettezza urbana. La pattumiera schizzò impazzita contro Abbey che venne sbattuta con violenza sul cofano di un’auto in sosta. Quando Gabriel si riprese dallo choc, si catapultò sulla donna in stato interessante riversa in terra per sincerarsi delle sue condizioni. Nel frattempo prese dalla tasca il telefonino e digitò con le mani tremolanti il 911, il numero di emergenza sanitaria. Intorno alla scena dell’incidente cominciavano ad arrivare molte persone curiose di sapere cosa fosse successo. La donna supina sull’asfalto si aggrappò alla camicia di Gabriel pregandolo di aiutarla e di salvare suo figlio. Il ragazzo la rassicurò, cercò di consolarla e di tranquillizzarla. Gli chiese di avvertire suo marito, ma Gabriel si accorse che il telefono cellulare della donna era andato in terra e si era aperto in più pezzi. Cercò anche di guardarsi intorno per vedere cosa fosse successo ai due automobilisti coinvolti nello scontro. L’uomo alla guida della macchina rossa era immobile, non riusciva a vederlo bene in volto, non riusciva a capire se poteva essere cosciente, ma non si muoveva. L’altro, che aveva subito l’impatto, era coperto dall’airbag esploso. Girando la testa ancora un po’, si accorse che la donna elegante con l’abito blu era in terra pure lei. Un paio di persone erano però accorse in suo aiuto e la stavano aiutando a rialzarsi. Quando dall’altro capo del telefono una voce maschile rispose, Gabriel non sapeva da che parte cominciare per raccontare l’accaduto. Ma mentre tentava di riferire tutto il più precisamente possibile, cercando di non balbettare, la donna che aveva tra le braccia smise di lamentarsi e svenne. Per fortuna in pochi minuti arrivarono sul posto i poliziotti e fecero allontanare tutti gli estranei alla scena. Poco dopo arrivò anche la prima ambulanza e scesero velocemente infermieri e medici, poi ancora un’altra e una terza. In un quarto d’ora i quattro feriti erano sotto le mani dei sanitari. Gabriel si alzò da terra e guardando la signora che aveva ripreso i sensi, tirò un sospiro di sollievo. Quando un’infermiere gli si avvicinò per chiedergli come si sentiva, lui pensò che fisicamente era apposto, ma che quella scena l’avrebbe di certo sognata per parecchie notti. Ma fu invitato ad andare lo stesso al New York Downtown Hospital. Salì sull’ambulanza e sdraiata supina sulla barella c’era quella donna con l’abito blu. Gabriel notò subito la bellezza di quella signora, raffinata e affascinante. Si mise a sedere sul sedile di fianco la lettiga e cercando di distogliere lo sguardo da quel viso celestiale, le domandò come stava. Abbey era dolorante, aveva preso una gran botta sul fianco sinistro ed era stata spinta brutalmente contro un’auto. Probabilmente non aveva nulla di rotto, ma numerosi ematomi agli arti superiori e inferiori. Si sentiva frastornata ed era anche spaventata. Guardò il ragazzo seduto accanto a lei distrattamente, aveva in testa solo il pensiero che avrebbe dovuto avvertire il prima possibile la banca e magari anche sua cugina Sarah che poteva andarla a prendere in ospedale. Gabriel vide lo sguardo perso nel vuoto e si rese conto dello stato emotivo della donna. Le mise una mano sulla spalla e le disse il più delicatamente possibile: “Mi dispiace, ho cercato di avvertirvi, ma non ho fatto in tempo! Stia tranquilla, fra pochi minuti saremo in ospedale e andrà tutto apposto.”

Continua...



(Se ti sei perso i capitoli precedenti di "La sua vita sulla Quinta" li puoi trovare qui!)

lunedì 17 settembre 2012

Un piccolo seme

"Giudico gli sforzi delle Tre Convenzioni delle Nazioni Unite, lotta alla desertificazione, mantenimento della biodiversità, il controllo dei cambiamenti climatici al fine di mantenere un ambiente favorevole anche per la vita delle generazioni future, un compito importantissimo. Questo mi spinge a lavorare ancora e, coadiuvato da mio figlio Alessandro, cerco di trasmettere gli ideali umani al maggior numero possibile di uomini volonterosi, disposti ad operare e combattere per la riduzione della povertà, della fame e dell’emigrazione. Ma temo che non basti stare qui a parlarne, non servono le conferenze se po non facciamo seguire le parole hai fatti. Troppo tempo è stato perduto e troppi uomini ancora soffrono. Dobbiamo muoverci. Grazie per l'attenzione." 
Si tolse gli occhiali, guardò la fossa socchiudendo i grandi occhi marroni e si girò di lato per vedere suo figlio che gli rivolse un sorriso di approvazione, come a dire che aveva fatto un ottimo discorso.


Dalla storia di Venanzio Vallerani


(Per informazioni sul libro "Cosa abbiamo in Comune" contattateci tramite la pagina facebook che trovate alla sezione Pubblicazione oppure cliccando qui, o all'indirizzo E-mail: sabrina.bazzanti@gmail.com)


sabato 15 settembre 2012

Il Paese è Reale, il LEGO pure












E' sorprendente come ci sia un filo che collega un brano con un altro....


A MARSCIANO ULTIMAMENTE SUCCEDONO COSE STRANE.....

Remake del noto film "il Mostro" di Roberto Benigni...

AG Production si cimenta questa volta nella realizzazione di un piccolo film, creando vere e proprie scene con i suoi personaggi e miscelate insieme a pezzi originali del film, creando così un cocktail di vere risate....

GRAZIE A TUTTI COLORO CHE CI HANNO SOSTENUTO

L'EGO corrisponde ad una forma primordiale dell'IO


venerdì 14 settembre 2012

Frammenti di quotidianità...


You can also find this photo on flickr together with other original photos...

Enter now in the section dedicated to my photos!

giovedì 13 settembre 2012

La sua vita sulla "Quinta" (V° par.)


Ore 13. Finalmente era arrivato il momento di prendersi una pausa per il pranzo. La mattinata era passata lentamente, fra scartoffie e telefonate. Abbey si era chiusa nel suo ufficio chiedendo di non essere disturbata, avrebbe passato ore ed ore a cercare di sistemare la bagarre sopra la sua scrivania. Nel pomeriggio non ne avrebbe avuto tempo, aveva in agenda quattro appuntamenti che non poteva annullare. Uscendo dalla porta del suo ufficio sentì suonare per l’ennesima volta il telefono, ma non si voltò, continuò a dirigersi verso l’ascensore. Il suo stomaco brontolava e prima che le scoppiasse un tremendo mal di testa, doveva assolutamente ingerire qualcosa. Appena arrivata in strada cominciò a guardarsi intorno per capire dove poteva andare a mangiare. In pochi secondi le venne in mente che attraversando lo Zuccotti Park, che era grossomodo davanti alla banca, a circa trecentocinquanta metri sulla Cedar Street, avrebbe trovato O’Hara’s Resturant. Non molto elegante, ma efficiente e discreto.  A due passi dal World Trade Center, ossia da Ground Zero. Di solito non amava molto mettersi a pranzo per più di una mezz’oretta, anche perché quel pomeriggio aveva davvero molto da fare. Arrivata al ristorante si mise a sedere e ordinò dei bocconcini di pollo con verdure grigliate. Per prendere il caffè aspettò di tornare in ufficio, nella hall avevano un distributore automatico che lo faceva buonissimo. Avrebbe sorseggiato il suo caffè e magari letto il Financial Times. Si rimise in cammino. Stavolta però, invece di passare dalla Liberty Street, passo dalla Cedar. 

“Buon proseguimento di giornata signor Baker”, “Buona giornata a lei Gabriel, ci vediamo domani mattina alle otto”, “Puntuale! Mi saluti la signora Anne”. Quando lo vide scendere dall’auto, tirò un sospiro di sollievo. Non ne poteva più. Durante l’ultimo appuntamento del signor Baker, Gabriel si era mangiato un doppio cheeseburger con patatine fritte, proprio per non mettersi a fare il pranzo a casa e perdere anche solo mezz’ora di sonno. Ripartì verso casa con grande gioia. Mise la prima, si guardò a desta, a sinistra e fece per partire. Si mise nella sua corsia e si avviò verso l’incrocio che dalla Cedar lo avrebbe portato sulla Trinity. Pochi metri e il semaforo si fece rosso. Gabriel si fermò proprio a due metri dal passaggio pedonale. Una signora con il pancione ben in vista si mise in strada per cercare di attraversarla. La futura mamma con in mano la busta della spesa e nell’altra il telefonino, era già avanti con la gravidanza pensò Gabriel, il pancione era molto evidente. La sua espressione era serena e sembrava davvero che fosse felice mente parlava e rideva al telefono. Fece pochi passi e si trovò davanti alla Bentley continental nera del signor Baker, che in quel momento aveva al volante Gabriel. Dall’altra parte della carreggiata, sul lato sinistro delle strisce bianche, stava arrivando una giovane donna molto bella e con un elegante tailleur blu scuro. Anche lei si accingeva ad attraversare la strada. In pochi secondi il giovane ragazzo spagnolo si trovò a guardare due donne, due soggetti particolarmente interessanti. La prima per il bellissimo spettacolo che offriva con quella sua pancia rotonda e piena di vita. L’altra per il portamento leggiadro e la sicurezza che mostrava nella camminata, nello sguardo sicuro e fiero. Nel momento in cui distolse l’attenzione, cercò gli specchietti retrovisori per controllare la situazione. Da quando viveva a New York aveva imparato bene che la strada era il luogo meno sicuro della città e che a volte non bastavano due occhi per evitare tutti i pericoli. Guardò quello all’esterno, poi quello all’interno dell’auto e vi passo un’occhiata ancora una volta. Un’auto stava sopraggiungendo alle sue spalle e sembrava che avesse anche una certa fretta. Guardò ancora una volta, non capiva perché non rallentasse e il suo volto si fece accigliato. A quel punto tornò a considerare le due donne, la prima stava per superare la Bentley, l’altra aveva appena messo piede sull’asfalto. Tornò a scrutare l’auto dietro di lui, era davvero molto vicina e non sembrava avesse intenzione di fermarsi. Vide che era una golf cabrio rossa, alla guida doveva esserci certamente un uomo. Gabriel sobbalzò e d’istinto aprì la portiera della sua vettura per tentare di scendere ed evitare qualcosa che non riusciva nemmeno ad immaginare. Il tempo di mettere un piede a terra, lanciare un grido di allarme e quella macchina arrivò in velocità. Una frenata brusca, lo stridio dei freni, il rumore delle ruote sul catrame, urla e un colpo secco. Gabriel sentì tutto questo trambusto, ma la prima cosa che riuscì a vedere era una donna incinta distesa a terra, un’autovettura di traverso sulla carreggiata. Poteva sembrare la scena di un film e invece i suoi occhi spalancati e increduli, gli stavano dicendo che tutta quella tragedia era successa davvero.


Continua...

 (Se ti sei perso i capitoli precedenti di "La sua vita sulla Quinta" li puoi trovare qui!)