In quell’ambulanza che stava
cercando di superare il traffico cittadino dell’ora di pranzo per raggiungere
il New York Downtown Hospital, l’atmosfera si fece più distesa. Abbey sentì la
mano di quel giovane ragazzo poggiarsi sulla sua spalla e apprezzò il gesto. Anche
se di solito odiava l’invadenza della gente, in quel momento capì che la sue
parole erano sincere e che stava cercando di rassicurarla. Era una donna molto
forte, soprattutto sapeva controllare le sue emozioni, perché fra le altre
cose, detestava l’autocommiserazione e non sopportava le persone sempre in
cerca della compassione altrui. Lei non voleva la misericordia di nessuno,
sapeva cavarsela benissimo da sola. Si rese conto che stavolta la sua
espressione poteva tradire la paura che aveva provato pochi minuti prima in
mezzo alla strada quando era stata sbattuta contro la macchina da un
cassonetto. Certamente il suo viso, solitamente impeccabile e inespressivo,
aveva lasciato trapelare il forte choc. Cercò di riprendersi in pochi istanti. Tirò
un sospiro, cercò di abbozzare un sorriso e di distendere il volto. Poi rispose
con il massimo della pacatezza che in quel momento poteva manifestare: “La
ringrazio. Non si preoccupi, sto bene. Spero che stia bene anche la signora
incinta, ho tentato anche io di avvertirla!” Gabriel fu sorpreso dalla reazione
della donna, in pochi secondi aveva cambiato espressione, adesso sembrava più
serena e tranquilla. Si scostò da lei e tornò al suo posto, adesso poteva
guardarla da davanti, erano faccia a faccia. “L’ho lasciata con i sanitari,
credo che abbia creso una gran botta e soprattutto un grande spavento, è svenuta
ad un certo punto. Mi auguro che non sia niente di grave, anche se ho sentito
che un infermiere sembrava seriamente preoccupato e la sua ambulanza è partita
a sirene spiegate. Ancora non ci posso credere, un incidente spaventoso e
poteva andare anche peggio, certa gente meriterebbe la pena di morte” Abbey
guardò il giovane con un’aria perplessa, il suo giudizio era stato un po’
troppo pesante per come la pensava lei. “Be’ , per quello che ho potuto vedere,
non è andata bene neanche a lui, era incosciente e il dottore gli stava
praticando la rianimazione cardiopolmonare. Non possiamo sapere perché abbia
azzardato quel sorpasso, magari ha avuto un problema, non sarei così duro se
fossi in lei. Mi auguro solo che non ci siano conseguenze gravi per nessuno!”
Gabriel accettò la critica e cercò di non darle peso. “Me lo auguro anche io!
Comunque, io mi chiamo Gabriel, piacere”. Allungò la mano verso quella donna
che da subito aveva notato essere molto attraente, le aprì un sorriso a tutto
viso. “Abbey, piacere. Lei non è americano vero?” “Sono a New York da poco più
di due mesi. Ho un accento tanto terribile?” E con quella battuta si accattivò
la simpatia di Abbey che gli regalò un sorriso abbagliante. Il tempo delle
presentazioni però era già finito perché qualche secondo dopo l’ambulanza si
fermò e l’infermiere aprì i portelloni. Gabriel scese da solo e venne
indirizzato nella sala d’attesa dell’ospedale. Abbey invece venne portata in
barella. La stanza dove furono lasciati in attesa di essere visitati, era attigua
alla sala di pronto intervento adibito ai codici rossi, ossia i pazienti con
patologie gravi, in stato di emergenza. In quella stessa stanza c’erano anche
altre persone che stavano aspettando di essere controllate. Dal movimento di
medici e infermieri che c’era nel corridoio in entrata e uscita dalla stanza
dei codici rossi, dal via vai di inservienti, qualcosa non andava per il verso
giusto. Gabriel si alzò dalla sedia, cominciò a muoversi nervosamente, uscì nel
corridoio per cercare di capirci qualcosa e di avere notizie della donna in
stato di gravidanza. Allo stesso tempo non voleva disturbare i sanitari che
stavano lavorando e sembravano piuttosto serie e nervosi. Sentì da una delle
inservienti che comunicava con il qualcuno al telefono, che il cellulare della
donna era andato distrutto nell’incidente, ma per fortuna erano riusciti comunque
a trovare il numero del marito, si lasciò sfuggire che dovevano contattarlo
immediatamente perché la situazione era critica. Quando tornò dentro incrociò
lo sguardo di Abbey, Gabriel era scuro in volto, anche lei sembrava in attesa
di sapere cosa stava accadendo, senza che lei glielo chiedesse, le parlò: “Non sono
riuscito a capire cosa sta succedendo di là, ma credo che non sia nulla di
buono, c’è troppa frenesia! Stanno cercando il marito e sembrano preoccupati” “Mio
Dio, speriamo che vada tutto bene!”. Passarono molti minuti, sembravano interminabili,
il silenzio nella sala d’attesa era così pesante, la confusione in corridoio
talmente incalzante che Gabriel non riusciva a stare fermo, soprattutto non
riusciva a calmare il nervosismo. Cercava di sbirciare fuori, nel corridoio
della stanza dei codici rossi. Si accorse che un uomo stava arrivando quasi
correndo, era visibilmente sconvolto, capì che quello era il marito della
signora. Fermò un’infermiera cercando di spiegarle chi cercava, la signora lo
portò direttamente dal dottore che era davanti alla porta della sala d’attesa a
colloquio con un collega. In pochi secondi Gabriel sentì frasi che non avrebbe
mai voluto. La signora incinta, che scoprì chiamarsi Denise, stava per entrare
in sala parto. La caduta le aveva procurato dei danni gravi, la donna aveva un’emorragia
interna, la gravidanza era compromessa e il marito adesso si trovava di fronte
ad una scelta terrificante. Se l’operazione non fosse andata come speravano i
medici, una delle due vite poteva davvero essere in pericolo o forse entrambe. Chi
avrebbero dovuto salvare in quel caso? La mamma o la bambina che portava in
grembo? L’uomo non voleva crederci, scuoteva la testa e con gli occhi spalancati
non sapeva cosa dire. Alla domanda del dottore però non ebbe esitazione: “Salvi
Denise, salvi mia moglie la prego!” il dottore si allontanò e quell’uomo si mise
le mani nei capelli e non riuscì a frenare la disperazione.
Continua...
(Se ti sei perso i capitoli precedenti di "La sua vita sulla Quinta" li puoi trovare qui!)













