sabato 15 dicembre 2012
domenica 9 dicembre 2012
La sua vita sulla "quinta" (XV° par.)
Insalata
di fusilli con prosciutto a cubetti, avocados maturi, pomodorini a ciliegia,
emmenthal a cubetti e mais sgranato, piatto tipico di chi sta attento alla
linea “Ma senza perdere il gusto” precisò Abbey. Il piatto era servito e dopo i
vari convenevoli e i soliti discorsi sul tempo, il lavoro, i e chiacchiere
varie, a rompere il ghiaccio su quello che era stata la giornata fu Gabriel:
“Stavo pensando che questa giornata sembra infinita, non può essere successo
tutto nel giro di otto ore!” e sorrise.
“Dovresti
chiedermi scusa, sai?”
“A
si? E come mai?”
“Bè,
mi hai aggredito e non solo una volta, ma almeno tre!”
“Le
hai contate tutte? Da brava dirigente di banca direi” il tono di Gabriel era
sarcastico, Abbey non cadde nella tentazione di far valere a tutti i costi le
sue ragioni.
“E
va bene, vorrà dire che se non mi chiedi scusa non avrai il dolce!”
“Avresti
anche il dolce? Una donna che fa l’abbonamento dalla nutrizionista nasconde
dolci nel suo frigo?” e scoppiò in una sonora risata.
“Io
non faccio l’abbonamento… mmm no, non mi farai cadere nelle tue trappole. Il
dolce c’è e se lo vuoi dovrai dire una parolina magica”. La donna iceberg che
aveva conosciuto all’ospedale era svanita, Gabriel non sapeva dove e come, ma
adesso davanti a lui c’era un’altra persona. Una donna bel più serena e
rilassata, che non aveva bisogno di sopraffare gli altri e che gli aveva messo
di fronte anche inadeguatezze e carenze che aveva, ma che nessuno avrebbe mai
dovuto sapere. Aveva capito che Abbey era una donna molto fragile, che quella
che portava era una corazza indurita dal tempo. “Forse hai ragione, dovrei
chiederti scusa, ma non per quello che dici tu, io non ti ho aggredito, ti ho
solo fatto sapere come la pensavo. Posso chiederti scusa per averti detto che
mi fai tristezza, non è così, o almeno, non lo è più!” la guardò negli occhi
per farle capire che pensava sul serio quello che le stava dicendo, ora non
stava scherzando. Abbey ricambiò lo sguardo con un po’ d’imbarazzo che le si
leggeva benissimo in volto. Non c’era dubbio che quelle parole le facevano
male, l’immagine grigia che aveva lasciato a quel ragazzo quel pomeriggio in
ospedale, era quella che probabilmente tutti avevano. Ogni persona con cui
aveva a che fare la pensava così, ed era stata lei a far si che questo
succedesse, quasi consciamente. Sentì una morsa allo stomaco, capiva che la
sincerità di Gabriel era apprezzabile, ma la riceveva come un pugno. Cercò di
non far trasparire le sue emozioni, era abituata a tenere un autocontrollo
impenetrabile, ma adesso davanti a Gabriel sembrava che non la riuscisse più
nulla, si sentiva smascherata. Le faceva paura, ma capiva che era giusto
lasciarsi andare. “Quell’aria da figo spagnolo in vacanza-rimorchio a New
York non attacca bello, vedi di
toglierti gli occhi da cerbiatto. Insomma, lo vuoi il dolce?” la risata che ne
seguì fu di quelle da mal di pancia, non la finivano più, risero fino alle
lacrime. “Se mi avessero detto che la dottoressa con il tailleur da migliaia di
dollari era così spiritosa, non c’avrei mai creduto, non avrei scommesso un
centesimo!”
“E
avresti sbagliato a quanto pare! Adesso basta, c’è una splendida coppa di crema
con scaglie di cioccolato che ci aspetta”
“Alla
faccia della dieta salutare e dell’insalata di fusilli! Accetto e ne prenoto
due” I due si sedettero sul divano e Abbey spostò le tende della vetrata, la
scenario che si aprì davanti agli occhi di Gabriel fu mozzafiato. Non aveva
visto quel panorama nemmeno dall’altro dell’Empire State Building. Si misero
faccia a faccia.
...continua.
lunedì 26 novembre 2012
La sua vita sulla "Quinta" (XIV° par.)
“Che
dovrei fare Sarah? Sentiamo un po’!”
“Magari
potresti essere gentile e invitarlo a cena con noi, non ti farebbe male
conoscere gente nuova e soprattutto un bel ragazzo, una volta tanto. Cos’è, hai
fatto voto di castità?”
“Sarah,
ma cosa dici?”
“Dico
che neppure le nonnine di ottant’anni hanno più lo stesso pudore che hai tu.
Tanto che ci siamo infierisco un po’… sei vecchia dentro, hai le ragnatele
annidate in ogni angolo del cuore e della testa, non sai più nemmeno come si
parla con un uomo. Abbey, per favore, hai trentotto anni, ne dimostri almeno il
doppio!” Abbey non voleva credere alle sue orecchie e non voleva farlo
soprattutto perché si rendeva conto che non aveva argomenti con cui smentire la
cugina, Sarah aveva perfettamente ragione, ma dentro di se lei credeva che ogni
essere umano aveva il diritto di avere il suo carattere ben distinto e la sua
personalità e che lei era quella, la Abbey che tutti conoscevano, che poteva
piacere o meno. Fece un lungo sospiro e quando Gabriel tornò a girarsi verso di
lei cercò di distendere il viso e di sembrare più socievole. Ma fu sorprendente
quello che le uscì di bocca, una frase che non sapeva di essere capace a
pronunciare, se ne stupì lei, ma si meravigliò ancora di più lui che la guardò
con gli occhi spalancati, per non parlare di Sarah che per poco non cadde a
terra svenuta. Con tono formale e volto inespressivo gli disse: “Stavo pensando
che se lei non è strettamente vincolato dai suoi amici, potrebbe venire a casa
da me, le faccio un piatto di pasta e magari riusciamo a parlare da persone
civili e a chiarire questa strana giornata!” Ci furono dieci secondi di
silenzio imbarazzante. Sarah guardò sua cugina come fosse un’aliena e si disse
che aveva fatto davvero un’ottima opera di convinzione. “No” disse ad un certo
punto Gabriel, sguardo deciso al limite dell’arroganza “Non sono vincolato da
nessuno! Accetto la sua proposta, ma ho una condizione da porle” Abbey non
capiva cosa stesse per chiederle. “Vendo da lei se ci togliamo di dosso questa
formalità che limiterebbe ogni discorso, almeno per quanto mi riguarda”
“Piacere,
io mi chiamo Abbey” e allungò verso il ragazzo la mano “Questa è mia cugina
Sarah!”
“Il
piacere è il mio! Gabriel. Adesso possiamo andare”
“Perfetto,
allora incamminiamoci subito, ho una certa fame!” disse Abbey.
“Il
tempo di avvertire i miei amici” e Gabriel entrò nel locale.
Sarah
stava ancora guardando Abbey con la bocca spalancata, incredula. “Per l’amor di
dio Abbey, stai male?”
“Non
fare la spiritosa. Volevi una reazione? Questa non è di tuo gradimento?”
“Assolutamente
si, sei stata quasi straordinaria!”
“Quasi…”
“Bè,
ancora un po’ freddina, ma ti avrei comunque fatto un applauso, anzi, una
standing ovation!!!”
“Adesso
smettila di prendermi in giro e fai una cosa saggia: volatilizzati!”
“Ahahahahah…
immediatamente! Buona serata cuginetta, spero che tu abbia un bel completino
intimo da sfoggiare, magari nero”
“VATTENE”
Il
tragitto dal locale a casa della donna fu percorso quasi completamente in
metropolitana. I due parlarono con ancora un velo di imbarazzo, lei cercò di sembrare
più sciolta possibile e lui invece di non essere troppo invadente. Abbey gli
spiegò da quale parte della città fosse il suo appartamento, Gabriel cominciò a
raccontarle della scelta di emigrare negli Stati Uniti. Quando arrivarono
davanti al suo palazzo, il ragazzo capì con chi aveva a che fare e cercò di
immaginarsi che tipo di vita poteva fare una che abitava in un posto elegante
come quello. Quando infine vide l’appartamento si diede pace e si disse che lui
non avrebbe mai potuto nemmeno intuirlo. Ripensò alla prima volta che l’aveva
vista, sul ciglio della strada con un elegante tailleur, la osservò in quel
momento con i jeans e avrebbe voluto dirle che sembrava un’altra persona, molto
più sexy e interessante. Se ne guardò bene ovviamente. Abbey fece sedere
Gabriel su uno di quei sgabelli che qualche ora prima aveva scaraventato a
terra e che poi frettolosamente aveva rimesso a posto. Lei in pochi minuti mise
sui fornelli un tegame con l’acqua e una padella. La padrona di casa cominciò a
preparare la cena come una vera a propria cuoca, un grembiule rosa antico e una
padronanza che non si sarebbe aspettato da una signora del suo rango, si
immaginava che una donna come lei avesse in casa i domestici. Non era così,
capì ben presto che Abbey era più sola di quanto potesse pensare e che era da
molto tempo che qualcuno non metteva piede in casa sua, soprattutto un
esemplare di sesso maschile. E non capiva il perché, era una donna così bella,
dai modi eleganti, si capiva che era una anche intelligente e colta, non
riusciva a capire il perché di questa durezza e freddezza nei rapporti
interpersonali.
...continua
(Se ti sei perso i capitoli precedenti di "La sua vita sulla Quinta" li puoi trovare qui!)
Un piccolo seme ..II°
“Ci sono stati momenti molto
difficili. Forse tanta gente al mio posto non avrebbe voluto continuare, ma io
sono più testardo di un mulo. Ho visto cadere gli alberi per la necessità di
aumentare le superfici di terreno coltivabile, ho visto il terreno bruciato dal
sole indurire rapidamente fino a diventare improduttivo, i pozzi prosciugarsi e
le famiglie abbandonare case e campi, le città gonfiarsi e diventare
pericolose. Certi scenari, i conflitti, la fame, non te li puoi dimenticare. Ti
si imprimono nella memoria e non li cancelli più. Molte volte anche noi ci
siamo ritrovati a doverci arrangiare e mi sono reso conto di come può essere
difficile. Una volta abbiamo dormito dentro un magazzino per i cereali, faceva
così caldo e sudavamo talmente tanto che gli asciugamani che usavamo per
dormire, erano sempre bagnati. Per sdrammatizzare il mio collaboratore inveiva
contro chi si va a fare le saune a pagamento. Oppure contro chi per fasi la
doccia riesce a sprecare litri e litri d’acqua, mentre lì potevamo lavarci si e
no con mezzo litro. Chi non tocca con mano certe situazioni, non potrà mai
rendersi conto della gravità!
Dalla storia di Venanzio Vallerani
lunedì 19 novembre 2012
La sua vita sulla "Quinta" (XIII° par.)
Gabriel
trovò che quel pomeriggio era stato davvero molto importante. Il ragazzo che
era arrivato nella grande mela qualche mese prima, era partito dal suo paese
con un po’ di incoscienza e con una buona dose di sfrontatezza, ma in realtà
tutti i suoi buoni propositi erano rimasti tali, perché concretamente non aveva
ancora fatto nulla per poter legittimare quella partenza. Si era dato da fare,
infatti il lavoro con il signor Baker trovato in pochi giorni, gli stava dando
la possibilità di mantenersi da solo in una città che tanti ragazzi della sua
età sognavano e togliersi qualche sfizio, ma voleva continuare a fare l’autista
tutta la vita? Voleva continuare a vedere il mondo con gli occhi degli altri?
Per quanto poteva cullarsi sulla scusa della giovane età? Era più che deciso, l’indomani
avrebbe certamente cominciato a fare qualcosa per dare una sferzata positiva e
legittimare gli sforzi fatti fino a quel momento e perché no, dare ai suoi
genitori un motivo per essere orgogliosi di lui. Cominciò a sentire i morsi
della fame e allora pensò che avrebbe raggiunto Isaac e altri amici in quel locale
che gli avevano indicato. Sarah propose alla cugina un piccolo ristorante che
conosceva lei, ci sarebbero arrivate a piedi in dieci minuti. Abbey accettò e
le due donne si incamminarono. Nemmeno cento metri e successe qualcosa di
inaspettato, lo sguardo di Abbey incrociò in mezzo ad un mucchio di gente
appostata davanti al locale, quello di un persona conosciuta. Se inizialmente
fu colta da un senso di sorpresa, subito dopo sentì un po’ di imbarazzo crescere
sempre di più, fino ad arrivarle in volto per colorarlo di rosso, si sentì
avvampare. Anche Gabriel si sentì in imbarazzo, ma il motivo era ben diverso. Passarono
dieci lunghi secondi nei quali i due si guardarono, spostarono lo sguardo e
ritornavano a guardarsi, finché uno dei due prese l’iniziativa e si incamminò
verso l’altro. “Salve signora Devis, sembra passato tanto tempo e invece solo
poche ore. Vedo che sta bene!”
“Si,
sto bene grazie, è stata una giornata pesante, ma sta per finire”
“Volevo
chiederle scusa! Oggi sono stato molto impulsivo e in più di un’occasione l’ho
aggredita. Rimango della stessa opinione che avevo, ma non dovevo certamente
reagire così con lei, avrei dovuto rispettare la sua scelta. Mi dispiace
sinceramente”
“Be’,
la ringrazio per queste parole, ma non doveva preoccuparsi, avevo capito perfettamente
il suo stato emotivo!”
La
verità? Gabriel avrebbe voluto urlarle contro ancora una volta. Era lì a chiederle
scusa e lei continuava a mantenere quell’atteggiamento da superdonna che lo
infastidiva tremendamente e che lo aveva mandato fuori di testa poche ore prima
in ospedale. Le intenzioni di Gabriel erano veramente buone, si era pentito di
aver trattato male quella donna, non era da lui, ma in quel momento capì che
probabilmente il suo carattere era troppo incompatibile con quello della
signora Davis. La chiacchierata venne interrotta da Isaac che si avvicinò per
avvisare Gabriel che avevano trovato un tavolo libero e che lo aspettavano
dentro. Nel momento in cui i due ragazzi parlottavano tra di loro, Sarah ne
approfittò per prendere per un braccio la cugina e redarguirla rispetto al suo
comportamento “Abbey, ma non ti sembra di essere stata un po’ scortese? Cerca di
essere più malleabile, non sei in ogni momento direttrice di banca, rilassati!”
Continua...
sabato 10 novembre 2012
martedì 6 novembre 2012
La sua vita sulla "Quinta" (XII° par.)
Dopo aver passato più di un’ora sdraiata sul divano, pensò bene di
mettersi in cucina a cercare l’ispirazione e prepararsi qualcosa per cena. Aprì
il frigorifero e non ebbe una bella sorpresa, i ripiani erano semi vuoti, c’erano soprattutto verdure,
carne bianca e un ananas. Menù dietetico. Sentì salire la rabbia dai piedi su
fino alla gola in pochi secondi. Non capì subito il perché, ma istintivamente
chiuse lo sportello del frigo sbattendolo con forza, si voltò e vide il cesto
della frutta, lo gettò in terra, subito dopo si scagliò contro i quattro
sgabelli e quando ebbe finito toccò anche alla lampada di fianco al divano.
Quando arrivò il momento del vaso di fiori Abbey non si rese conto del pericolo
e due scaglie di vetro gli si conficcarono nel piede destro. Urlò forte, prima
di rabbia e poi di dolore, avrebbe voluto distruggere tutto l'appartamento se avesse
potuto. Andò in bagno a disinfettarsi e si vestì. Tornò nel grande salone e
quando si trovò davanti agli occhi la confusione che aveva creato, non poteva credere che
era stata lei. Nel frattempo squillò il suo cellulare, era Sarah: “Ciao Abbey,
scusa il disturbo, voglio solo sapere come stai”, “Abbastanza bene, dovrò
uscire a fare la spesa, non ho nulla in frigo”, “Se vuoi ti accompagno, magari
ci facciamo un giro e mangiamo fuori”, “Mmmmm… va bene dai, ci vediamo davanti
al Pulitzer Fountain, lato nord, fra mezz’ora!” Abbey uscì di casa alle cinque
del pomeriggio con un jeans, t-shirt bianca, un cardigan e un paio di sneakers
verdi. Non si era truccata, né pettinata, non come al solito almeno. Sarah fece
quasi fatica a riconoscerla, non si sarebbe mai aspettata che sua cugina fosse
andata in giro per il centro di Manhattan così, senza nessun tailleur firmato. Gli
scappò un sorriso al pensiero e si disse che forse aveva battuto forte la testa
in quell’incidente e chissà che non l’avesse migliorata. “Sarah, non andiamo
nei soliti posti, portami dove vuoi, non farò obiezioni!” e dopo questa frase
ne ebbe anche la conferma. Aveva pensato di portare la cugina non nel solito
triangolo dello shopping, ma in un posto che forse nemmeno lei, newyorkese doc,
aveva visto mai. Mezz’ora e qualche fermata della metro e le due donne furono a
destinazione. Sarah si premurò di spiegare la sua scelta alla cugina che non
era esattamente quello che si dice una persona entusiasta, ma non brontolava e
veramente non aveva nemmeno mai stralunato gli occhi in segno di
disapprovazione: "Tuttora il Greenwich Village si contraddistingue per essere il
fulcro di quei movimenti culturali, artistici e sociali che contribuiscono a
modificare la cultura statunitense, come il movimento omosessuale. Le
più antiche librerie gay del mondo hanno sede proprio in questa zona, nella quale si trova anche quella Christopher Strest che è stata al centro dei moti di Stonewall del ventotto giugno millenovecentosessantanove. Il Parco di
Washington Square è il cuore pulsante del quartiere, sebbene ve ne siano altri
minori. Quello noto come The Cage è importante per essere teatro di
importanti tornei cittadini di Streetball e per i suoi numerosi campi di pallacanestro e
pallamano. Il Village è anche la culla di una vivace scena
artistica, tuttora in fermento, e luogo in cui si concentrano diversi teatri off-Broadway.
Comici e jazzisti si alternano nei locali alla moda del quartiere. Ti porto un po’
in giro, vedrai che ti piacerà scoprire questa zona". Abbey fu trascinata in
giro per tutto il quartiere, e scoprì che sua cugina aveva ragione, le piaceva.
Un bel concerto di musica jazz in strada, una chiacchierata con una donna molto
interessante che conosceva metà della gente che viveva in quel luogo, un’altra
che voleva leggerle la mano e svelarle il futuro e la mezz’ora
passata in libreria per la presentazione del libro “Rifugio gay. Cronache e
leggende della cultura omosessuale”, fu davvero illuminante. Ma le capitò una
cosa che non le succedeva da molto tempo e scoprì di averne incredibilmente bisogno:
rise tanto, quasi fino alle lacrime. Riuscirono a ripartire dal Greenwich Village
solo verso l’ora di cena, decisero di andare a Times Square, fare un bagno di
folla e trovarsi un locale poco impegnativo.
Continua...
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