IL GIORNO PIU' TRISTE
“..perché la vita è un brivido che vola via, è tutto
un equilibrio sopra la follia, sopra la follia, sopra la follia..”
Lo stereo posizionato all’angolo della basilica urla
una canzone, la folla che si è radunata nella piazza è ammutolita, quasi
incredula, con le mani sul volto qualcuno cerca di nascondere lo sconforto.
Quelle parole sono vere, taglienti come un coltello affilato. Quelle strofe
diventano macigni, entrano sottopelle e invadono gli spazi. La bara bianca portata
a spalla da sei ragazzi con il volto visibilmente provato dal pianto, esce dal
grande portone della chiesa parrocchiale, lentamente, scortata da ali di persone
che cercano di uscire, viene adagiata sul sagrato per consentire a tutti un
ultimo saluto. La grande casa del Signore non è riuscita a contenere tutte le
anime presenti. La folla accoglie il suo arrivo con un applauso, qualcuno grida
un saluto, le lacrime sgorgano dagli occhi incessanti e i palloncini colorati vengono
lasciati volare. Fluttuano per molti secondi, portando al cielo lo sguardo
della gente, quasi ad accompagnare l’anima di una giovane donna che lascia le
suoi sofferenze terrene per raggiungere il firmamento. Lo stereo si ammutolisce
e comincia il tormento di un marito che ha perso sua moglie. Le sue urla strazianti
mettono i brividi, raggelano il sangue e oscurano la ragione. Perché deve
essere andata così? Dov’è Dio in un momento come questo? Come ha potuto
permettere che succedesse? Non c’è una sola persona in quella piazza che non
sia stata travolta dalla crudeltà di quel momento di profonda tristezza e dalla
rabbia per una morte troppo prematura, quanto assurda. L’incapacità di assorbire
un sentimento così forte fa parte dell’animo umano, la disperazione è prima
conseguenza e giusto sfogo per un evento che la ragione non riesce a
comprendere. Le lacrime si fanno più aspre, quando la cassa viene risollevata,
quei ragazzi tornano a farsi portantini di un peso più emozionale che fisico. Scendono
le scale del sagrato e si immergono nella folla, cominciano a camminare
cercando di attraversare la piazza passando in mezzo alla gente che si stringe
intorno al feretro per lasciare un ultimo bacio, per dare una carezza o per
regalare ancora una volta un semplice “ciao”. La strada dell’ultimo viaggio è
breve, poche centinaia di metri che attraversano il cuore della cittadina sotto
un cielo grigio che si prepara a piangere pioggia. Dietro alla bara bianca una
lunga scia di persone che a testa bassa seguono in silenzio, passi pesanti e
poca voglia di parlare, la cadenza lenta e lamentosa di quel corteo diventa
quasi insostenibile. Nessuno avrebbe mai voluto vivere quel momento, ma tutti
si sentono in dovere di essere lì, come omaggio ad una breve vita spezzata
troppo ferocemente, uno sguardo al feretro e uno all’asfalto, come se intorno
non ci fosse più nulla. Intorno non c’è più nulla, solo la tristezza palpabile,
gli sguardi vuoti e i lamenti di una madre senza più sua figlia, di sorelle
senza più la loro piccola e un marito troppo giovane per tenere sulle spalle un
simile tormento. Si schiude il grande cancello del cimitero, il viale alberato
introduce al vero ingresso che apre la vista verso decine di piccole luci
arancioni. I colori del tramonto cominciano a dipingere lo sfondo di una
giornata che non ne vuole sapere di finire. Quando la bara raggiunge la
chiesetta per la preghiera che chiude la celebrazione dei funerali, la luce del
sole ormai è svanita quasi del tutto, ma nonostante il buio si stia per
impossessare di tutto ciò che trova, nessuno riesce a lasciare quel posto
freddo e grigio. La calamita che tiene attaccati i piedi ai sassi del
camposanto è la condivisione della sofferenza, condivisione indiretta di bocche
che non si parlano, ma di anime che si stringono in un grande abbraccio. L’abbraccio
si scioglie quando ormai sulla cittadina è sceso il buio. Sembra che ogni
persona possa tornare alla vita normale, a pensare a cosa mangerà la sera a
cena, a cosa farà il giorno dopo, ai problemi al lavoro, alle solite noie
quotidiane, a qualsiasi altra cosa, perché è facile dimenticare quando un lutto
così grave non ti colpisce direttamente. Poi invece fuori da quelle mura fredde
e aride, ognuno nelle proprie case, non sembra così semplice abbandonare certi
sentimenti, quei pensieri e quella tristezza schiacciante. Non è così facile. Ci
sarà un giorno in cui ognuno potrà rievocare quel viso con un sorriso, ci sarà
un momento nel quale non sarà così pesante avere a che fare con il ricordo, ma
non è questo il giorno, non è questo il momento.
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