mercoledì 29 agosto 2012
martedì 28 agosto 2012
lunedì 27 agosto 2012
La sua vita sulla "Quinta" (II° par.)
La fortuna di avere un parcheggio
privato sulla Financial District, la percepisci quando non ce l’hai e capisci
che devi diventare prestigiatore e inventartelo. Non poteva fare altro Gabriel,
se non voleva far tardi. Sapeva benissimo che ogni secondo era prezioso e che
il suo capo non avrebbe tollerato fare tardi ad un appuntamento di lavoro. Il
signor Baker era la persona più assurdamente precisa e organizzata che avesse
mai conosciuto nella sua giovane vita. A settantasette anni suonati ancora lavorava
come un ragazzo di trenta. Con grande entusiasmo portava avanti da solo la sua società.
Ogni volta che erano in auto e il signor Baker non era al telefono con qualche
cliente, poteva succedere che si confidasse con Gabriel dei suoi problemi
personali. Di solito parlava dei suoi nipoti, che non ne avevano voluto sapere
nulla di continuare la vita e il lavoro del padre, ossia suo figlio. Morto a
quarant’anni in un incidente stradale fuori città. I suoi due figli maschi si
erano tirati fuori dall’azienda di famiglia ancor prima di entrarci, ma avevano
sfruttato a pieno l’immenso impero economico messo in piedi dal nonno. Uno a
Miami, l’altro in giro per il mondo. Gabriel ogni volta che sentiva questi
racconti rabbrividiva, più per la rabbia che per l’insofferenza verso quelle
che chiamava le ingiustizie del destino. Lui a ventuno anni aveva deciso di
andarsene da Medina del Campo, entroterra spagnolo, per cercare fortuna in
America. Un diploma da perito informatico e tanta faccia tosta. Senza un
dollaro in tasca arrivò nella grande mela e riuscì ad avere un tetto sulla
testa ed un letto grazie alla gentile concessione di Isaac, un ragazzo
conosciuto su internet che condivideva con lui la passione per il Nascar (Automobilismo),
l’Indycar e il ChampCar. Isaac però poteva ospitarlo solo tre settimane prima
del ritorno del suo vero coinquilino. Gabriel era in cerca di fortuna e la
trovò in un certo senso. Una settimana dopo il suo arrivo negli States, mentre
gironzolava per la città con un frappuccino, si trovò ad assistere ad una scena
esilarante. Un anziano signore vestito elegantemente, stava discutendo
piuttosto animatamente con il suo autista, il quale dopo essersi beccato
svariati insulti dal principale per aver tamponato l’auto davanti, gli lanciò
le chiavi della macchina e se ne andò lasciandolo lì solo. Il signor Baker,
primo non sapeva guidare e secondo non sapeva compilare il modello per la
constatazione amichevole. Gabriel e la sua faccia tosta si fecero avanti. Si
presentò a quell’uomo distinto e molto raffinato, gli fece vedere che lui era
capace di fare l’una e l’altra cosa. Il signor Baker non ebbe scelta. In
macchina mentre raggiungevano l’ufficio all’angolo tra la Broadway e la Spring,
quel signore distinto continuava a fargli domande, sembrava gli stesse facendo
un colloquio. Capì che stava cercando di metterlo in difficoltà, chiedendogli
per esempio che tipo di vita si aspettasse di fare a New York. Il signor Baker
era un gran lavoratore, dodici ore al giorno quando andava bene, e odiava
profondamente i fannulloni. Gli disse che doveva presentarsi in quello stesso
ufficio l’indomani mattina alle otto in punto, se avesse tardato anche di un
solo minuto, non l’avrebbe più ricevuto. Gabriel arrivò dieci minuti prima e a
quanto pare le risposte che gli aveva dato in auto in giorno prima, avevano
fatto colpo. “Sei un ragazzo sveglio, voglio darti un motivo per rimanere in
città. Tu dammene uno per pentirmene e ti rispedisco in Spagna io personalmente!”.
Cominciò a fare l’autista personale di uno dei più influenti imprenditori
newyorchesi. Indubbiamente non era
quello che avrebbe voluto fare, ma si rese conto della grande fortuna che aveva
avuto. Si comprò una cartina dettagliata con le strade della città e cominciò a
studiarsele. Con l’aiuto di Isaac si trovò un piccolo appartamento nella zona
di Manhattan Valley, nell’Upper West Side. Un posto modesto in un quartiere
popolare, molto somigliante a quella che era la sua casa in Spagna. Si trovava
a suo agio nonostante non fosse il miglior luogo a New York e probabilmente i
turisti non sapevano nemmeno che esistesse un posto così. Nei momenti liberi,
invece, studiava il modo per migliorare la sua posizione. Non perché non
percepisse uno stipendio decente, il signor Baker era piuttosto generoso, ma perché
voleva qualcosa di più da se stesso. Quella mattina, a poco più di due mesi dal
suo arrivo in città, era alle prese con il traffico, come al solito. Nel
frattempo sognava di gustarsi la sua ora di libertà dentro uno Starbucks, sdraiandosi
su un comodo divano a leggere il New York Times e strafogandosi con caffèlatte
e plum-cake.
Continua...
domenica 26 agosto 2012
La sua vita sulla "Quinta" (I° par.)
Manhattan. In un giorno di primavera.
La camera ampia e fresca si
affaccia direttamente sul Central Park Conservatory e allungando un po’ la
vista si può benissimo scorgere gran parte del parco più grande della città. La
vista si perde in mezzo a tutto il verde scuro delle querce. I grattaceli, alti
e imponenti, lo circondano come fossero la cornice di un quadro. Per chi è
follemente innamorato di New York, quella poteva essere davvero la vista più emozionante
che si potesse sperare di vedere la mattina appena alzati per avere la giusta
carica di vitalità. Abbey aveva visitato centinaia di appartamenti prima di
scegliere. La prima cosa su cui puntava l’attenzione era proprio la stanza da
letto, doveva essere ben illuminata, tanti vetri, grande e soprattutto con una
veduta mozzafiato. L’aveva trovata. La sveglia suona alla solita ora
nell’appartamento tra la quinta e la sessantatreesima strada. Ore sette in
punto. Nella città che non dorme mai il traffico è già all’ora di punta, ma
Abbey nella sua stanza al cinquantaseiesimo piano, non lo può sentire. Nel suo
letto a due piazze, accoccolata tra le lenzuola di raso bianco, si gira verso
la sveglia, la spegne e senza pensarci due volte, si alza. Ci vogliono pochi
minuti per prepararsi. Va in bagno giusto il tempo di lavarsi il viso e
sistemarsi i lunghi capelli castani in una coda di cavallo. Abbey è una giovane donna di trentotto anni
con un grande senso del dovere e come ogni mattina si infila tuta e scarpe da
ginnastica. Esce dalla sua stanza e si trova in un grande salone. Alla sua
sinistra per tutta la lunghezza del soggiorno tende bianche semplici ma
eleganti, coprono i vetri che offrono lo stesso panorama della camera da letto.
La sera al tramonto è il momento migliore per affacciarsi e godere degli
splendidi colori che il sole regala prima di lasciare il posto alla notte.
Abbey, infatti, a quell’ora apre le tende e lascia entrare tutta la luce. Come davanti
allo schermo di un cinema, si gode in silenzio lo spettacolo. In mezzo alla
living room un bel divano in pelle nera forma di elle accoglie i suoi ospiti. Il
tappeto in arte Espina color grigio, le era stato regalato da sua madre, preso
per lei in Italia. Anche il pianoforte a coda dietro il divano era made in
Italy, come pure veniva dall’Europa la lampada da terra ad arco color argento.
Ma Abbey andò alla sua destra, cioè in cucina. L’angolo di quella casa che più
dava dimostrazione del gusto estetico della sua padrona. Avvolgente,
inaspettata e preziosa. Cucina giocata sul contrasto cromatico e formale. Una
scelta decisa, in cui il bianco laccato e il metallo creano giochi di luce
dall’impatto estetico ricercatissimo. Le forme morbide e avvolgenti dell’isola,
un gioiello di funzionalità e bellezza, si alternano al rigore delle linee di
scaffali e armadiature. Per una cucina ad alto tasso di perfezione e eleganza.
Esattamente come lo era Abbey. Si preparò un caffè con la moka, come le aveva
insegnato la nonna quando ancora era una bambina. Le origini italiane della
famiglia di sua madre erano profondamente radicate in lei e nel corso della sua
vita avevano assunto una connotazione importante. E subito dopo ingurgitò anche
un frullato alla banana. Freschissimo, dissetante ed
energizzante, ideale per infondere sollievo durante una giornata
particolarmente stressante e per chi fa sport. Adesso era davvero pronta per
uscire di casa. Ascensore, portone e il primo saluto della giornata come al
solito era per Mike, il portiere. Un uomo sulla sessantina che ogni mattina le
augurava buon allenamento con un sorriso quasi paterno. Appena attraversata la
quinta Abbey si trova sul marciapiede che costeggia Central Park, per entrare
nel parco procede verso sud e all’incrocio con la sessantunesima, sulla destra
trova il suo ingresso. Central Park è forse il parco più amato dagli
atleti. Il Park Drive, di 9,7km di
perimetro, è un paradiso per corridori, anche a livello amatoriale, ciclisti e
pattinatori. Quasi tutti i weekend nel parco si tiene una gara, molte delle
quali organizzate dal New York Road Runners. La maratona di New York finisce davanti al Tavern on the Green. Abbey
però non è una fanatica dell’aspetto fisico, è semplicemente una donna che ci
tiene a tenersi in forma e per questo non perdeva un giorno di allenamento.
Anche se con il suo corpo poteva tranquillamente far invidia ad una ragazza di
vent’anni. Non troppo alta, taglia quarantadue, gambe forti e affusolate, indice
di una buona abitudine sportiva. Seno piccolo, ma ben proporzionato. Occhi
marrone scuro e capelli lunghi e castani, onde morbide che riuscivano ad ornare
gentilmente il bel viso magro dai delicati lineamenti. Sopra ogni cosa, godeva
di quel momento che riusciva a donarle l’energia per affrontare
tutta la giornata.
Continua...
In punta di pennello
"Questo
l'hai fatto perché sei bravo a disegnare, ma non vedi che non vale niente? Che
non c'è amore? Dai, posa questo pennello e vieni a pranzo!"
Rolando
scosta la sedia dalla scrivania, è un pò risentito ma, forse, in fondo ha
ragione sua moglie. In quell'abbozzo di dipinto non c'era sentimento. le dita
scivolavano sulla tela ma la testa era scollegata dal cuore. Era come se la
mano seguisse meccanicamente delle linee già tracciate ma null'altro. Forse era
davvero il caso di abbandonare quel quadro; avrebbe pranzato e poi magari
guardato un pò di televisione. Ma è difficile pensare ad altro, concentrarsi
anche solo sulla trama di un film da vedere alla tv se in testa ti martella
qualcosa che non lascia spazio. Riempire lo stomaco con la sua pietanza
preferita, infatti, non era servito a colmare il vuoto lasciato da quel dipinto
iniziato male, con il piede sbagliato. d'altronde un quadro lo devi sentire.
solo così diventa una valanga impossibile da fermare, sensazioni che smaniano
per essere rivelate attraverso i colori, le ombre, le prospettive. Solo se
dipingi con amore il risultato finale può essere appagante, questo Rolando lo
sapeva bene.
Dalla
storia di Rolando Meallesi.
(Per informazioni sul libro "Cosa abbiamo in Comune" contattateci tramite la pagina facebook che trovate alla sezione Pubblicazione oppure cliccando qui, o all'indirizzo E-mail: sabrina.bazzanti@gmail.com)
martedì 14 agosto 2012
Piccoli problemi di cuore
Io: "Davvero? E da quando?"
Lei: "Quando eravamo piccoli ci siamo salutati, poi un'altra volta, poi un'altra volta, poi mi ha fatto un sorriso"
Io: "Allora ti vuole bene?"
Lei: "Si, ma qualche volta mi tira i capelli e io gli faccio così (linguaccia)!"
domenica 12 agosto 2012
Un giorno di ordinaria magia
Ore
7.27, suona la sveglia. Immagino che vi starete chiedendo perché questo orario,
la risposta è più semplice di quello che si possa immaginare e certamente non
romantica, a me non piacciono i numeri pari. A proposito, ho fatto proprio bene
a cambiare la suoneria, non era più sopportabile quel trillo, ogni mattina mi
svegliavo con la voglia di spaccarla quella maledetta sveglia. A dire la verità
un paio di volte l’ho fatto, forse più di un paio. Lo ammetto, mi sono fatta
trascinare dalla rabbia e l’ho scaraventata a terra. Si, l’ho fatto e che
soddisfazione signori miei. Ok, è vero, dopo sono dovuta correre al negozio a
ricomprarla, spendere soldi, una volta ho fatto tardi al lavoro, un’altra ho
dovuto convincere il negoziante a regalarmi le pile perché non avevo soldi in
tasca, però non mi puoi svegliare con quello squillo e sperare che io non la
prenda male. Oh! Alla fine per fare un favore ad entrambe ho deciso che avrei
letto le istruzioni, cercandole per un’intera giornata perché quando compri un
oggetto per la casa cosa fai? Ma sicuro, butti la scatola e metti le istruzioni
in un cassetto qualunque e con la fretta di farlo funzionare, non le guardi
proprio. Comunque, volente o nolente ho dovuto sezionare ogni cassetto, alla
fine sono ricomparse fra le mie mani e le ho lette, vuoi mettere adesso
svegliarsi sulle note di “Give me the simple life”? E vuoi mettere sapere nel
dettaglio come si smonta e rimonta una radiosveglia? Tutti dovremmo saperlo!
Tutta un’altra cosa in ogni modo, tutto un altro modo di svegliarsi, tutto
sembra più dolce. Mi dico sempre, quando comincia una nuova giornata devi
trovare la spinta giusta da subito, altrimenti perdi solo un sacco di tempo
prezioso a cercare le energie per partire e soprattutto cominci col mandare
segnali negativi al tuo fegato e lui nel corso della giornata te la farà
scontare in un modo o nell’altro. Quindi bella gente è bene saltare giù dal
letto con un sorriso stampato sulla bocca, spalancare gli occhi e allungare le
braccia, datemi retta è un bel modo per dire al mondo, eccomi sono pronta ad
affrontarti. State attenti a non inciampare nelle ciabatte o nel tappeto mentre
vi stirate, a me è successo e devo ammettere che me la sono presa con parecchi
santi. Credo
che ogni mattina abbia un sapore diverso, ed io cerco di gustarmelo, anche
perché la cosa bella è che poi te lo porti dietro tutta la giornata,
soprattutto se è positivo. Certo, anche a me ogni tanto girano le scatole,
Voltaire diceva che la più coraggiosa decisione che prendi ogni giorno è di
essere di buon umore! E non era mica uno scemo lui, aveva perfettamente
ragione. Non sono i pianeti che devono allinearsi, non è la fortuna che deve
girare, non credo che sia neppure il fatto che hai fatto sesso la sera prima,
se ti svegli la mattina con positività, dipende solo da te. La mia bisnonna,
che non era una filosofa, diceva sempre che adirarsi non conviene, alla fine
sei solo tu che ci rimetti, allora che te la prendi a fare? Giusto direi!
Comunque c’è sempre il piano B, cioè, deve esserci sempre un piano B per non
sembrare spacciate e che può dare un’altra chance, mettere un bel vestito che
ti faccia sentire carina. Non è facile lo so, soprattutto perché anche se
nell’armadio ci sono più vestiti che in un grande magazzino, non hai mai nulla
da mettere. Lo so benissimo. Se proprio si è troppo indecise, la soluzione
migliore è quella di mettere l’abbigliamento dell’ultima uscita di sabato sera,
magari sembrerai un po’ eccessiva, ma almeno saprai che la tua autostima te ne
sarà grata. Il momento cruciale arriva adesso però, affrontare il bagno è un
rito, per ogni donna di ogni razza e religione, se si vive da sole certamente
si ha un grande vantaggio, nessuno ti può rompere le scatole mentre esplichi il
tuo personalissimo cerimoniale. Il mio? Sempre lo stesso da quando avevo
quindici anni e scoprii che cos’era il gel contorno occhi, non è mai cambiato e
non permetto a nessuno di assistere o farmi fretta. Tornando al rito: lavaggio
mani, viso, collo, ascelle con il sapone di Marsiglia, i denti con dentifricio sbiancante;
spalmare bene la crema idratante ad azione profonda su viso e collo
massaggiando con i polpastrelli per farla assorbire bene, gel contorno occhi,
gel contorno labbra (le rughe sono sempre in agguato), stendere un leggero
strato di fondotinta, un po’ di fard, mascara immancabile e matita nera per
dare profondità allo sguardo; i capelli sono lo snodo cruciale, ma non c’è da
disperarsi, testa in giù, un po’ di olio per capelli ricci e ribelli su tutte e
due le mai, struffata generale e su di scatto, una leonessa in confronto è un
micino spelacchiato; l’ultima cosa da fare è massaggiare le mani con una crema
mani e unghie al limone che ammorbidisce e nutre. Tempo stimato, circa 25
minuti. Ma guardatevi bene allo specchio, non vi sembrate bellissime? Non
credete che se in questo preciso momento passasse per il vostro bagno Jhonny
Depp, cadrebbe subito ai vostri piedi? Ma si, anche il principe William! Però
non è il momento giusto per mettersi a sognare di diventare regine. Il tocco
finale è dato dagli accessori che non sono affatto secondari, anzi sono la
parte fondamentale del look di una donna, soprattutto dopo i trent’anni, sola,
tette piccole e con la cellulite.Il
telefonino, se non hai chi ti manda messaggini dolci del buon giorno, è sempre
bene accenderlo dopo che si è uscite di casa, le scocciature vanno affrontate
fuori dal portone. Adesso è arrivato il momento di cominciare sul serio la
giornata, c’è un lavoro che aspetta, non prima del caffè però. Ho conservato
una buona dose di infantilismo, la colazione la mattina me la vado a fare da
mia madre, che mi aspetta alla finestra alla stessa ora tutti i giorni, conosce
a memoria i miei turni, ma sa che con tutti gli impegni che ho, con l’ansia da
organizzazione e con l’agenda in mano, non perdo un minuto e lei non perde
occasione di chiedermi se non mi sembra ora di presentarle il mio fidanzato. Ad
avercelo. L’ultima volta che ho frequentato un uomo ho dovuto pure frequentare
l’analista per mesi. Non era quel che si dice un gentleman irreprensibile.
Sospetto che comprerò un cane se dovessi cominciare a soffrire di solitudine.
Per fortuna non mi mancano le amiche, magari pazze scatenate, ma almeno non
fedifraghe. Dopo aver superato con un bel dribbling le domande scomode,
possiamo anche parlare di cose serie, mia madre è una donna di grande
esperienza umana, per una vita ha fatto l’assistente sociale in un centro per
il recupero di minori, probabilmente ne ha viste di tutti i colori e anche
oltre. Con lei posso parlare di tutto, dall’ammorbidente per la lavatrice,
all’economia mondiale, andiamo un po’ meno d’accordo quando il discorso verte
sui miei gusti in fatto di capelli, io taglio, lei borbotta che le acconciature
per le spose vengono meglio con i capelli lunghi. L’avrà capito che sono sola
come un cane? Attraversare
Roma alle nove di mattina senza prendere un esaurimento nervoso è come sperare
di attraversare indenne un fiume con i coccodrilli, un’impresa epica, mi chiedo
se non sarebbe il caso di trovarsi una casa più vicina al posto dove lavoro.
Dovrò prima sperare in un contratto che sia quantomeno decente. Per il momento
faccio parte dell’enorme schiera di praticanti, però sono fiduciosa. Quando
arrivo davanti alla porta dell’ospedale la prima cosa che penso è, a chi
regalerò il mio sorriso migliore oggi? C’è un ragazzo nel mio reparto che
probabilmente non vivrà il suo giorno migliore, ha solo sedici anni ma già la
vita lo ha messo di fronte ad una durissima battaglia. La distrofia di Duchenne
di cui è affetto, gli sta per paralizzare il cuore. Il professore dell’equipe
di cui ho la fortuna e l’onore di far parte, praticherà un’operazione altamente
rischiosa di impianto di cuore meccanico, la prima al mondo, una cosa da far
venire i brividi anche all’uomo più gelido del pianeta. Quando il professore mi
chiamò nel suo studio dicendomi che mi voleva in sala operatoria, credetemi non
sapevo se piangere per quel ragazzo o essere lusingata per quella proposta.
Faccio parte del suo entourage da pochi mesi, ma a quanto pare lui ha
apprezzato il mio impegno. Amo questo lavoro e ho faticato per conquistare
quella laurea, ho lavorato di giorno e studiato di notte a volte, ho rinunciato
alle vacanze e a molte serate in discoteca con le amiche, tanto io detesto i
luoghi chiusi e pieni di fumo. Prima di andare nello studio del prof per il
briefing pre-intervento ho ancora una mezz’oretta e siccome sarà un’operazione
lunga, mi faccio un giretto per il reparto a salutare i miei piccoli pazienti.
Metto il naso da clown che tengo sempre dentro il camice, il cappello che tutti
puntualmente vogliono rubarmi e comincio a fare la buffona cantando canzoni con
questa voce stonata che mi ritrovo. Li adoro. Vederli sul lettino, con il loro
pigiamino colorato, con i genitori intorno e le loro facce fintamente serene
che cercano di rassicurare i propri figli, mi fa stringere il cuore. Ma loro, i
bambini, si divertono tanto quando faccio i miei show e credo che non ne potrei
fare a meno neppure io. In
sala operatoria è durata più del previsto, quasi dodici ore di intervento, l’equipe
è stata eccezionale. Anche se devo ammettere che ne sono uscita con gli occhi
fuori dalle orbite e una stanchezza mai provata, ma quando ho incrociato gli
sguardi di quei due genitori, ho capito che la mia condizione non era affatto
la peggiore. Avrei voluto abbracciarli forte e dirgli che il loro ometto aveva
lottato come un gladiatore. Ci pensa il professore a rassicurarli, io me ne
vado nella sala riservata al personale medico con i miei colleghi, un caffè per
tutti, ma nessuna parola, il silenzio è quasi commovente. Mi avvicino alla
finestra che da sul viale alberato di via del Gianicolo. Lo so, Roma è caotica
magari a volte insopportabile, ma il suo fascino è sconvolgente. Ora ho bisogno
solo di chiudere gli occhi e respirare.
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