“Che
dovrei fare Sarah? Sentiamo un po’!”
“Magari
potresti essere gentile e invitarlo a cena con noi, non ti farebbe male
conoscere gente nuova e soprattutto un bel ragazzo, una volta tanto. Cos’è, hai
fatto voto di castità?”
“Sarah,
ma cosa dici?”
“Dico
che neppure le nonnine di ottant’anni hanno più lo stesso pudore che hai tu.
Tanto che ci siamo infierisco un po’… sei vecchia dentro, hai le ragnatele
annidate in ogni angolo del cuore e della testa, non sai più nemmeno come si
parla con un uomo. Abbey, per favore, hai trentotto anni, ne dimostri almeno il
doppio!” Abbey non voleva credere alle sue orecchie e non voleva farlo
soprattutto perché si rendeva conto che non aveva argomenti con cui smentire la
cugina, Sarah aveva perfettamente ragione, ma dentro di se lei credeva che ogni
essere umano aveva il diritto di avere il suo carattere ben distinto e la sua
personalità e che lei era quella, la Abbey che tutti conoscevano, che poteva
piacere o meno. Fece un lungo sospiro e quando Gabriel tornò a girarsi verso di
lei cercò di distendere il viso e di sembrare più socievole. Ma fu sorprendente
quello che le uscì di bocca, una frase che non sapeva di essere capace a
pronunciare, se ne stupì lei, ma si meravigliò ancora di più lui che la guardò
con gli occhi spalancati, per non parlare di Sarah che per poco non cadde a
terra svenuta. Con tono formale e volto inespressivo gli disse: “Stavo pensando
che se lei non è strettamente vincolato dai suoi amici, potrebbe venire a casa
da me, le faccio un piatto di pasta e magari riusciamo a parlare da persone
civili e a chiarire questa strana giornata!” Ci furono dieci secondi di
silenzio imbarazzante. Sarah guardò sua cugina come fosse un’aliena e si disse
che aveva fatto davvero un’ottima opera di convinzione. “No” disse ad un certo
punto Gabriel, sguardo deciso al limite dell’arroganza “Non sono vincolato da
nessuno! Accetto la sua proposta, ma ho una condizione da porle” Abbey non
capiva cosa stesse per chiederle. “Vendo da lei se ci togliamo di dosso questa
formalità che limiterebbe ogni discorso, almeno per quanto mi riguarda”
“Piacere,
io mi chiamo Abbey” e allungò verso il ragazzo la mano “Questa è mia cugina
Sarah!”
“Il
piacere è il mio! Gabriel. Adesso possiamo andare”
“Perfetto,
allora incamminiamoci subito, ho una certa fame!” disse Abbey.
“Il
tempo di avvertire i miei amici” e Gabriel entrò nel locale.
Sarah
stava ancora guardando Abbey con la bocca spalancata, incredula. “Per l’amor di
dio Abbey, stai male?”
“Non
fare la spiritosa. Volevi una reazione? Questa non è di tuo gradimento?”
“Assolutamente
si, sei stata quasi straordinaria!”
“Quasi…”
“Bè,
ancora un po’ freddina, ma ti avrei comunque fatto un applauso, anzi, una
standing ovation!!!”
“Adesso
smettila di prendermi in giro e fai una cosa saggia: volatilizzati!”
“Ahahahahah…
immediatamente! Buona serata cuginetta, spero che tu abbia un bel completino
intimo da sfoggiare, magari nero”
“VATTENE”
Il
tragitto dal locale a casa della donna fu percorso quasi completamente in
metropolitana. I due parlarono con ancora un velo di imbarazzo, lei cercò di sembrare
più sciolta possibile e lui invece di non essere troppo invadente. Abbey gli
spiegò da quale parte della città fosse il suo appartamento, Gabriel cominciò a
raccontarle della scelta di emigrare negli Stati Uniti. Quando arrivarono
davanti al suo palazzo, il ragazzo capì con chi aveva a che fare e cercò di
immaginarsi che tipo di vita poteva fare una che abitava in un posto elegante
come quello. Quando infine vide l’appartamento si diede pace e si disse che lui
non avrebbe mai potuto nemmeno intuirlo. Ripensò alla prima volta che l’aveva
vista, sul ciglio della strada con un elegante tailleur, la osservò in quel
momento con i jeans e avrebbe voluto dirle che sembrava un’altra persona, molto
più sexy e interessante. Se ne guardò bene ovviamente. Abbey fece sedere
Gabriel su uno di quei sgabelli che qualche ora prima aveva scaraventato a
terra e che poi frettolosamente aveva rimesso a posto. Lei in pochi minuti mise
sui fornelli un tegame con l’acqua e una padella. La padrona di casa cominciò a
preparare la cena come una vera a propria cuoca, un grembiule rosa antico e una
padronanza che non si sarebbe aspettato da una signora del suo rango, si
immaginava che una donna come lei avesse in casa i domestici. Non era così,
capì ben presto che Abbey era più sola di quanto potesse pensare e che era da
molto tempo che qualcuno non metteva piede in casa sua, soprattutto un
esemplare di sesso maschile. E non capiva il perché, era una donna così bella,
dai modi eleganti, si capiva che era una anche intelligente e colta, non
riusciva a capire il perché di questa durezza e freddezza nei rapporti
interpersonali.
...continua
(Se ti sei perso i capitoli precedenti di "La sua vita sulla Quinta" li puoi trovare qui!)
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