Ore 13. Finalmente era arrivato
il momento di prendersi una pausa per il pranzo. La mattinata era passata
lentamente, fra scartoffie e telefonate. Abbey si era chiusa nel suo ufficio
chiedendo di non essere disturbata, avrebbe passato ore ed ore a cercare di
sistemare la bagarre sopra la sua scrivania. Nel pomeriggio non ne avrebbe
avuto tempo, aveva in agenda quattro appuntamenti che non poteva annullare.
Uscendo dalla porta del suo ufficio sentì suonare per l’ennesima volta il
telefono, ma non si voltò, continuò a dirigersi verso l’ascensore. Il suo
stomaco brontolava e prima che le scoppiasse un tremendo mal di testa, doveva
assolutamente ingerire qualcosa. Appena arrivata in strada cominciò a guardarsi
intorno per capire dove poteva andare a mangiare. In pochi secondi le venne in
mente che attraversando lo Zuccotti Park, che era grossomodo davanti alla
banca, a circa trecentocinquanta metri sulla Cedar Street, avrebbe trovato
O’Hara’s Resturant. Non molto elegante, ma efficiente e discreto. A due passi dal World Trade Center, ossia da
Ground Zero. Di solito non amava molto mettersi a pranzo per più di una mezz’oretta,
anche perché quel pomeriggio aveva davvero molto da fare. Arrivata al ristorante
si mise a sedere e ordinò dei bocconcini di pollo con verdure grigliate. Per
prendere il caffè aspettò di tornare in ufficio, nella hall avevano un
distributore automatico che lo faceva buonissimo. Avrebbe sorseggiato il suo
caffè e magari letto il Financial Times. Si rimise in cammino. Stavolta però,
invece di passare dalla Liberty Street, passo dalla Cedar.
“Buon proseguimento di giornata
signor Baker”, “Buona giornata a lei Gabriel, ci vediamo domani mattina alle
otto”, “Puntuale! Mi saluti la signora Anne”. Quando lo vide scendere
dall’auto, tirò un sospiro di sollievo. Non ne poteva più. Durante l’ultimo
appuntamento del signor Baker, Gabriel si era mangiato un doppio cheeseburger
con patatine fritte, proprio per non mettersi a fare il pranzo a casa e perdere
anche solo mezz’ora di sonno. Ripartì verso casa con grande gioia. Mise la
prima, si guardò a desta, a sinistra e fece per partire. Si mise nella sua
corsia e si avviò verso l’incrocio che dalla Cedar lo avrebbe portato sulla
Trinity. Pochi metri e il semaforo si fece rosso. Gabriel si fermò proprio a
due metri dal passaggio pedonale. Una signora con il pancione ben in vista si
mise in strada per cercare di attraversarla. La futura mamma con in mano la
busta della spesa e nell’altra il telefonino, era già avanti con la gravidanza pensò
Gabriel, il pancione era molto evidente. La sua espressione era serena e
sembrava davvero che fosse felice mente parlava e rideva al telefono. Fece pochi
passi e si trovò davanti alla Bentley continental nera del signor Baker, che in
quel momento aveva al volante Gabriel. Dall’altra parte della carreggiata, sul
lato sinistro delle strisce bianche, stava arrivando una giovane donna molto
bella e con un elegante tailleur blu scuro. Anche lei si accingeva ad
attraversare la strada. In pochi secondi il giovane ragazzo spagnolo si trovò a
guardare due donne, due soggetti particolarmente interessanti. La prima per il
bellissimo spettacolo che offriva con quella sua pancia rotonda e piena di
vita. L’altra per il portamento leggiadro e la sicurezza che mostrava nella
camminata, nello sguardo sicuro e fiero. Nel momento in cui distolse l’attenzione,
cercò gli specchietti retrovisori per controllare la situazione. Da quando
viveva a New York aveva imparato bene che la strada era il luogo meno sicuro
della città e che a volte non bastavano due occhi per evitare tutti i pericoli.
Guardò quello all’esterno, poi quello all’interno dell’auto e vi passo un’occhiata
ancora una volta. Un’auto stava sopraggiungendo alle sue spalle e sembrava che
avesse anche una certa fretta. Guardò ancora una volta, non capiva perché non
rallentasse e il suo volto si fece accigliato. A quel punto tornò a considerare
le due donne, la prima stava per superare la Bentley, l’altra aveva appena
messo piede sull’asfalto. Tornò a scrutare l’auto dietro di lui, era davvero
molto vicina e non sembrava avesse intenzione di fermarsi. Vide che era una
golf cabrio rossa, alla guida doveva esserci certamente un uomo. Gabriel sobbalzò
e d’istinto aprì la portiera della sua vettura per tentare di scendere ed
evitare qualcosa che non riusciva nemmeno ad immaginare. Il tempo di mettere un
piede a terra, lanciare un grido di allarme e quella macchina arrivò in
velocità. Una frenata brusca, lo stridio dei freni, il rumore delle ruote sul catrame,
urla e un colpo secco. Gabriel sentì tutto questo trambusto, ma la prima cosa
che riuscì a vedere era una donna incinta distesa a terra, un’autovettura di
traverso sulla carreggiata. Poteva sembrare la scena di un film e invece i suoi
occhi spalancati e increduli, gli stavano dicendo che tutta quella tragedia era
successa davvero.
Continua...
(Se ti sei perso i capitoli precedenti di "La sua vita sulla Quinta" li puoi trovare qui!)
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