mercoledì 24 ottobre 2012

La sua vita sulla "Quinta! (X° par.)



Abbey rimase qualche secondo fissa sulle scale, il ragazzo se ne era andato. Decise che doveva dimenticare quella conversazione, quella persona e soprattutto quella giornata. Si avviò per la seconda volta all’uscita a passo lento stavolta, aveva una brutta sensazione addosso, tristezza mista a rabbia, si stava auto convincendo che doveva togliersi dalla testa quelle parole. Ad ogni passo si sentiva però sempre più pesante e senza forze. Mentre stava percorrendo il corridoio verso la porta, l’infermiera che le aveva praticato la trasfusione la chiamò. Fermandosi disse a bassa voce e con un accenno di seccatura “Che c’è di nuovo?” ma la donna non sentì. “Signora Davis, aspetti! Volevo avvisarla che grazie al suo contributo siamo riusciti a salvare la vita al signor Flinch, adesso verrà spostato in terapia intensiva, ma il dottore ha detto che ci sono ottime probabilità che già domani si svegli. Vuole fargli visita?”, Abbey rimase un paio di secondi a fissare l’infermiera, poi: “No, la ringrazio, ma non conosco quell’uomo e non ci tengo a farlo! Arrivederci”. E proseguì guadagnando finalmente l’uscita. Sua cugina era lì ad aspettarla. Salì in auto e si fece riaccompagnare a casa. Durante il tragitto le due donne non aprirono bocca, a Sarah era bastato guardare il volto di Abbey per capire che non avrebbe dovuto fare domande, non era davvero il caso di irritarla oltremisura. Ma prima di arrivare all’appartamento tra la quinta e la sessantatreesima strada fu Abbey a rompere il silenzio: “Cosa pensi di me Sarah?”, la donna al volante non poteva credere alle sue orecchie, ma Abbey rincarò la dose: “Voglio dire, pensi che io sia una persona poco interessante? Fredda? Odiosa?”. In mezzo al traffico di New York, per la prima volta nella sua vita, quella donna tanto sicura di se, dirigente di una delle più importanti banche d’America, laureata ad Harvard e appartenente ad una delle famiglie più importanti della città, era in difficoltà ed era evidente. Sarah capì subito che non stava scherzando e che voleva da lei una risposta chiara e soprattutto voleva la verità. Non avrebbe mai voluto infierire in quel momento, ma probabilmente era anche l’unica occasione per far capire a sua cugina cosa pensava di lei. Altre volte le era capitato di esprimere pensieri velati da battute spiritose e in situazioni tranquille, quella invece era una circostanza anomala e difficile anche per lei. In silenzio Abbey stava aspettando una risposta esauriente alla sua domanda. “Senti Abbey, io ti ho sempre detto che sei una donna piena di grandi qualità, sei bella, intelligente e hai un posto di prestigio. La gente ti stima e qualcuno magari ti invidia, ma devi ammettere che molti ti temono, non è facile a volte mettersi sul tuo stesso piano. La considerazione più interessante però è che sei anche giovane e non capisco perché ti ostini a vivere come se fossi una suora di clausura. Anche questo te lo dico spesso scherzando, ma lo penso davvero. No, non credo che tu sia fredda, ne tanto meno odiosa, però sono altrettanto certa che saresti una donna molto intrigante se ti facessi conoscere. Se ti aprissi un po’ al mondo, se lasciassi trapelare qualcosa di te, se cominciassi ad uscire di casa e a conoscere gente, divertirti, che ne so, magari anche a vestirti un po’ meno seriamente. Con questi tailleur belli ed eleganti stai certamente bene, ma dimostri dieci anni più di quelli che hai. Abbey, non ti sto criticando, credimi! Il modo in cui ognuno di noi sceglie di vivere è rispettabile e non giudicabile, però se mi fai questa domanda, mi viene il dubbio che forse non sei pienamente convinta della scelta che hai fatto e allora voglio aggiungere che sei ancora in tempo per fare qualsiasi cosa nella tua vita, qualsiasi. Con questo chiudo e non farò domande. Prenditi questo pomeriggio di riposo obbligatorio per pensarci. Ti chiamo più tardi, ok?”. “Va bene Sarah, grazie del passaggio!”. Abbey scese dall’auto e si infilò velocemente nell’atrio del palazzo, appena arrivò in casa si fece una lunga doccia e si mise con l’accappatoio sul divano, distesa ad osservare il panorama assolato. Molti pensieri le riempivano la testa in quel momento, avrebbe voluto allontanarli, ma sapeva benissimo che sarebbero tornati. Non sapeva come, ma quell’incidente e quel ragazzo le avevano innescato un meccanismo pericoloso dal quale non sarebbe uscita se non ragionando concretamente sul perché. 

Continua...

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