venerdì 12 ottobre 2012

La sua vita sulla "Quinta" (IX° par.)



Gabriel passò il resto del tempo con le braccia conserte seduto nella hall dell’ospedale, in attesa. Abbey percorse tutto il corridoio, con una mano sul braccio a tamponare la vena appena aperta. Il ragazzo si raddrizzò e con uno sguardo severo la osservava camminare verso l’uscita. La donna aveva perfettamente capito che cosa significava quell’occhiata, ma non era in vena di discussioni e sua cugina Sarah probabilmente la stava già aspettando fuori. Gabriel invece aveva una tale rabbia dentro che non poteva non dirle niente e quando le fu davanti si sfogò: “Oltre ad una donna in fin di vita, con una bambina in grembo, c’è anche un altro uomo che rischia di morire e se anche dovesse andargli bene, bè rimarrà tutta la vita su una sedia a rotelle. Bruce è un uomo di trentasei anni con una famiglia sulle spalle, una moglie e tre figlie che ora sono davanti alla porta della sala operatoria pregando che Dio sia clemente. E tutto per colpa di una persona che era al volante completamente ubriaco. Non meritava altro che essere lasciato al suo destino. Se non mi sbaglio per colpa del signor Flinch anche lei è stata travolta da un cassonetto e le è andata bene”. Il tono era molto duro, Abbey si era fermata con lo sguardo fisso davanti a se, alla porta di uscita, non lo guardava, ma ascoltava quelle parole quasi impassibile e continuando a mantenere la calma rispose: “Ho fatto solo quello che era giusto fare”, la risposta di Gabriel fu quasi furiosa: “Quello che era giusto? Ma giusto cosa? È stato giusto non rispettare le regole della strada? Guidare ubriaco? È stato giusto aver provocato questo incidente? Mettere in pericolo di vita tre persone? Ma cosa mi viene a parlare di giustizia, se ci fosse stata una giustizia quell’uomo sarebbe morto a quest’ora!”. La donna cercò di respirare profondamente e di non farsi prendere dal nervosismo, si girò lentamente a guardare il ragazzo e freddamente lo ammonì: “Lei non ha fatto altro che dare giudizi, ma cosa ne sa della vita degli altri? Come si permette di sputare sentenze? Chi è lei, Dio? Si arroga il diritto di decidere della sorte delle persone, lei è di una presunzione assurda”. Ma il ragazzo non si lasciò intimorire, anzi replicò alla donna quasi sbeffeggiandola: “Ah io sarei presuntuoso? Ma si è vista allo specchio? Porta addosso un vestito che di certo vale più di tutto il mio armadio! Una donna di classe, piena di soldi. Lei e la sua vita sulla quinta. Che ne sa cosa c’è sulla strada”. “Lei è arrogante e insolente, sta continuando a dare giudizi su persone che non conosce e questo è quantomeno sconveniente. Non ho intenzione di darle spiegazioni e soprattutto di continuare questa conversazione”. I due si guardarono intensamente negli occhi per molti secondi senza dire nulla. Arrivò un agente della polizia di New York a rompere il silenzio. “La signora Abbey Davis e il signor Gabriel Ruiz? Dovete seguirmi per una deposizione riguardo l’incidente. Se non avete nulla in contrario ci spostiamo nell’ufficio dell’ispettore al primo piano. Seguitemi prego”. I due non dissero una parola, Abbey annuì ed entrambi si misero dietro il poliziotto. Il colloquio durò poco più di venti minuti, per tutto il tempo Abbey e Gabriel non si guardarono nemmeno. Nello sguardo di Gabriel c’era ancora tutta la rabbia per l’ingiustizia che aveva visto compiersi davanti ai suoi occhi. Abbey invece sembrava fredda a distaccata, anche mentre parlava della dinamica dell’evento, era come se non ne fosse coinvolta e questo faceva sentire il ragazzo ancora più frustrato. Alla fine dell’interrogatorio i due uscirono dall’ufficio insieme. Gabriel non riuscì a resistere e si rivolse alla donna con tutta la tranquillità che riuscì a trovare: “Si è vero, lei ha ragione. Sono un impulsivo, uno che ragiona prima con la pancia e poi con il cervello. Ed è anche vero che ho espresso giudizi molto forti e drastici, non condivisibili. Ma sa che le dico? Nelle mie vene scorre il sangue, sono una persona che guarda il cielo e vede l’azzurro, che si alza la mattina con la voglia di vivere, di conoscere… di sentire. La sua freddezza è disarmante, il suo distacco e la sua estrema lucidità mi fanno paura. Lei mi fa tristezza”. Si girò in una frazione di secondo e prese le scale lasciando Abbey immobile, con il viso tirato e gli occhi spalancati. Nessuno prima di allora le aveva mai parlato in quel modo. Nessuno le aveva mai detto quelle parole così taglienti e dure. 


Continua...

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