giovedì 4 ottobre 2012

La sua vita sulla "Quinta" (VIII° par.)




Gabriel seguì con lo sguardo quell’uomo. Probabilmente non riusciva a comprendere nemmeno lontanamente il suo dolore. Certamente sperava di non doverlo scoprire mai. Lo guardò mettersi seduto su una di quelle sedie di ferro nel corridoio fredde e scomode, con le mani fra i capelli e le lacrime inarrestabili che continuavano a bagnargli il viso. Aveva una tuta da lavoro, di quelle da muratore o meccanico, non riusciva a capire bene. Aspettò un paio di minuti, continuando ad osservarlo, poi si decise. Si avvicinò a quell’uomo, si sedette di fianco e si presentò. “Salve, io sono Gabriel e ho assistito all’incidente”. Quell’uomo si girò lentamente a guardarlo, sembrava confuso, sicuramente stupito. Lo guardava come se non avesse parole da pronunciare, ma allo stesso tempo, come se stesse aspettando qualcosa. Gabriel decise di raccontargli tutta la dinamica della sciagura. Mentre parlava notò che il volto di quel signore si faceva sempre più attento. Alla fine del racconto lo guardò con l’espressione più compassionevole possibile, voleva fargli capire che gli era vicino. Cercando di fermare i singhiozzi, quell’uomo parlò: “La ringrazio per aver assistito mia moglie, era al telefono con me in quel momento. Io sono il marito, mi chiamo Tom. Ero al lavoro, non avrei dovuto risponderle, non avrebbe dovuto chiamarmi. Magari sarebbe stata più attenta e si sarebbe accorta di quell’auto, magari non le sarebbe successo nulla. Ma era troppo felice e voleva dirmi della visita medica che aveva appena fatto. Il dottore le aveva detto che avremmo avuto una femmina e che era sana. Lei era al settimo cielo, stava parlando di come avrebbe voluto che fosse, dei possibili nomi. Oh mio Dio! E adesso è lì dentro che… oh Dio!” Non riuscì ad andare avanti, Gabriel lo abbracciò e cercò di sostenerlo: “Vedrà che faranno di tutto per salvarle entrambe. Lo so che è una situazione terribile, ma io mi fiderei dei medici se fossi in lei e anche della forza di sua moglie”. Tom  si asciugò il viso e cercò di essere il più lucido possibile: “Abbiamo un altro bambino a casa, Sam, ha solo tre anni. Ci siamo sposati quando stava per arrivare lui, senza quasi nemmeno un dollaro in tasta, ma con la certezza che il nostro amore e la nostra volontà ci avrebbero dato la spinta per risolvere tutti i problemi. Non abbiamo nessuno qui a New York, siamo solo noi e se lei adesso mi lascia, io sono un uomo finito”. A sentire quelle parole si rattristò ancora di più se possibile, era troppo atroce quella sensazione di impotenza che gli trasmetteva Tom. Stava cercando nella sua testa e fra tutti i vocaboli che conosceva, quello più adatto a quel momento, ma si accorse che non ce n’era nemmeno uno. Non poteva farsi vedere scoraggiato perché avrebbe peggiorato il senso di sconforto di quel marito e padre, ma non voleva nemmeno dire le solite frasi di circostanza, stucchevoli e inutili in certe situazioni. Rimase in silenzio, a fissare quella grande porta con i vetri oscurati che nascondeva Denise. Ad un certo punto la porta si aprì, Gabriel e Tom scattarono in piedi. Uscirono dalla sala un gruppo di dottori e infermieri che scortavano una barella. Con passo svelto attraversarono il corridoio, passarono davanti ai due e il dottore con cui aveva parlato poco prima chiese a Tom di seguirli. Denise era sdraiata sulla barella, inerme, con una mascherina per l’ossigeno e la flebo. A Gabriel non sembrò la stessa persona che sorridente e spensierata attraversava la strada poco più di un’ora prima. Tom seguì la barella, il suo sguardo non si staccò più da sua moglie. Gabriel rimase in piedi, era svuotato, non aveva quasi la forza di muoversi. Un attimo dopo arrivò un’infermiera che lo invitò a seguirla, era arrivato il suo momento. Doveva essere visitato. Entrò nella sala visite e vide Abbey. Era sdraiata sul lettino con dottore che la stava esaminando. I due si scambiarono una sguardo quasi complice, triste ma partecipe. Due persone che avevano vissuto un’esperienza insieme, due estranei, ma accomunati da uno stesso terribile sentimento: la paura. Non solo per se, ma anche per gli altri. A Gabriel venne misurata la pressione arteriosa, solite domante di rito e alla fine gli venne detto di attendere qualche minuto prima di ripartire. Abbey invece doveva essere medicata, nulla di grave, ma aveva diverse contusioni e lacerazioni. Nel frattempo arrivò un’inserviente che annunciò un’emergenza. Rivolgendosi ai due infortunati, disse: “Serve una donazione di sangue, abbiamo un paziente in grave deficit. Ma abbiamo un problema, risulta essere del gruppo B Rh negativo. La presenza dell'agglutinina alfa nel plasma fa sì che individui con questo tipo di sangue possano riceverne solo da persone di gruppo 0 negativo o B negativo. Qualcuno di voi può aiutarci?” Gabriel trasalì e domandò: “Chi è? Denise ha bisogno di una trasfusione?”, “No, è il signor Flinch ad averne bisogno. L’uomo che era alla guida dell’auto che ha causato l’incidente”. Gabriel era incredulo e si rivolse alla donna quasi stizzito: “Vuol dire che esiste una giustizia divina!”. Ma lei sembrò comprendere la sua rabbia: “La capisco, ma è pur sempre un uomo e non possiamo certo lasciarlo morire, non crede?”, “Non importa quello che credo io, ma in sala parto c’è una donna che sta lottando per salvare se stessa e la sua bambina e là fuori c’è suo marito in preda alla disperazione. Questo le sembra giusto? E comunque io sono A positivo, quindi mi dispiace tanto, ma non posso!”. Si rimise sul lettino con le braccia incrociate e guardò altrove. “Io sono O negativo, posso donarlo io!” 

Continua...


(Se ti sei perso i capitoli precedenti di "La sua vita sulla Quinta" li puoi trovare qui!) 

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